Risultato della ricerca: territorio intelligente
Verso l’incontro-dibattito con Domenico De Masi. Domani venerdì 5 ottobre a Cagliari. Si parlerà anche di reddito di cittadinanza, ReI e dintorni.
Il sociologo del lavoro: “Il ‘reddito’ in una carta per gli acquisti? Geniale. Ce la copieranno anche gli altri Paesi”
Il professor Domenico De Masi spiega perché la misura voluta dai Cinquestelle “è doverosa per limitare la povertà in Italia”. E spiega: “E’ scandaloso che i governi precedenti non abbiano potenziato i centri per l’impiego. La Germania lo ha fatto anni fa”
Un’immagine di Domenico De Masi (ripresa da Tiscali.it)
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Impegnati per il Lavoro. Dibattito
LAVORO E NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
Industry 4.0 la sfida del lavoro ad umanità aumentata
di Marco Bentivogli su Rocca
Industry 4.0 è ormai molto più che un logo, è la formula, di paternità tedesca, che evoca l’avvento della quarta rivoluzione industriale, successiva alle tre precedenti (avvento della macchina a vapore, del motore elettrico, dell’automazione). Protagonista di Industry 4.0 è la diffusione sempre più accelerata di Internet, infrastruttura portante di una profonda riorganizzazione delle attività sociali ed economiche. Non si tratta di introdurre nel tessuto produttivo robot e automazione, che sono tra di noi da 30 anni; si tratta piuttosto di 9 tecnologie abilitanti che cambieranno tutto, dentro la fabbrica e soprattutto attorno ad essa, in quello che speriamo sia un ecosistema intelligente e sostenibile. In questo contesto anche la manifattura si trasforma radicalmente: cambiano l’organizzazione, le modalità, i tempi e l’idea stessa di lavoro. Tutto ciò provoca spesso reazioni polarizzate nei confronti della tecnologia: da un lato gli iperpessimisti, ossessionati soprattutto dagli effetti distruttivi sull’occupazione; dall’altro gli iper-ottimisti acritici. Entrambi affrontano una questione così complessa attraverso semplificazioni arbitrarie, che trovano facile eco nei media, con l’effetto di traghettare il dibattito pubblico su sponde ideologiche.
La guerra di cifre tra chi pensa che finirà il lavoro e chi pensa che con la tecnologia finirà il lavoro è veramente assurda. Se analizziamo senza preconcetti ciò che è avvenuto negli ultimi anni in Italia, ci accorgiamo che non sono stati i troppi investimenti in tecnologia a distruggere lavoro e occupazione, ma i troppo pochi. Molte delocalizzazioni e chiusure sono avvenute per questo, certo non a causa della «globalizzazione».
un sindacato nuovo per il lavoro che cambia
La sfida che abbiamo di fronte ci interpella nel profondo e richiede una seria elaborazione etica e culturale, volta a governare tali processi in una prospettiva di sostenibilità. Se davvero ci preme «umanizzare» il lavoro nella rivoluzione digitale, l’ultima cosa da fare è mettersi ideologicamente sulla difensiva. La tecnologia contiene i valori di chi la progetta, pertanto non ci resta che entrare in gioco con proposte. Molti lavori non consentono lo sviluppo, la fioritura dell’umano, come la Laudato si’ ci insegna; ma la tecnologia può aiutarci ad estendere le attività in cui l’uomo non solo cresce ma è imbattibile. Certo, è una grande sfida.
Ciò chiama in causa innanzitutto il sindacato, chiamato a svolgere una forte azione educativa, culturale e contrattuale. Serve allora un «sindacato nuovo», sintonizzato con la realtà in mutamento e rappresentativo del lavoro che cambia, in grado di valorizzare le dimensioni umane e professionali che rendono il lavoro un’esperienza significativa e di senso. Temi contrattuali come la formazione continua, la conciliazione vita-lavoro, il welfare integrativo acquistano un valore sempre più importante per dare cen- tralità alla persona nell’economia, fattore determinante peraltro per la crescita della produttività delle imprese. Nella quarta rivoluzione industriale, il capitale più importante per l’impresa è la persona!
La Fim Cisl ha scelto di misurarsi su questo terreno, essendo abituata fin dall’origine a confrontarsi positivamente con l’innovazione per aprire varchi nuovi nella contrattazione. L’immobilismo di fronte alle innovazioni è atteggiamento perdente, tipico di sindacalisti conservatori e fatalisti. Ad esempio, quando negli anni ’90 nacque lo stabilimento Fiat a Melfi, di fronte all’applicazione di una nuova organizzazione del lavoro – la lean production – il ritardo nello studiarla, nel comprenderne pregi e limiti, relegò il sindacato ad un ruolo marginale in azienda.
Ma dagli errori bisogna imparare. Per questo la Fim, quando recentemente la Fca (Fiat-Chrysler) ha introdotto un nuovo modello organizzativo, il Wcm (World Class Manufacturing), ha aperto, in collaborazione con i Politecnici di Milano e di Torino e con il coinvolgimento di oltre 5.000 persone, un «cantiere» di studio e di ricerca da cui trarre analisi e proposte utili a comprendere i bisogni delle persone, anticipando e governando i cambiamenti del lavoro. Siamo convinti che questo sia l’approccio giusto.
Il medesimo metodo l’abbiamo utilizzato quando è cominciata ad emergere la questione Industry 4.0, su cui la Fim è stata tra i primi in Italia ad aprire il dibattito, nel 2015, con un’iniziativa tenutasi presso l’Expo di Milano dal titolo «#SindacatoFuturo in Industry 4.0».
In quell’occasione i sindacalisti dei metalmeccanici si sono confrontati con i massimi esperti in materia, in uno scambio assai fruttuoso. Successivamente è nata una collaborazione con Adapt, con cui la Fim ha aperto un cantiere permanente di ricerca e monitoraggio nel settore metalmeccanico, che ha generato il Libro verde sui cosiddetti Competence Center, ossia quei centri di eccellenza nella ricerca applicata che, secondo quanto previsto dal piano Calenda, dovrebbero accompagnare le imprese nello sviluppo di Industry 4.0.
Una delle conseguenze più rilevanti di Industria 4.0 è senza dubbio l’aver richiamato il ruolo fondamentale della formazione. Che, dopo la salute, è il diritto più importante per i lavoratori: dà maggiori opportunità di salari alti, occupazione stabile e migliore qualità del lavoro; inoltre rappresenta il fattore abilitante di questa nuova rivoluzione dell’industria, che non potrà avere come obiettivo solo quello di ridurre lo skill gap tra le professioni attuali (compito cui peraltro intende rispondere l’introduzione del diritto soggettivo alla formazione nel contratto nazionale dei metalmeccanici) e arricchire le competenze dei giovani in uscita dalla scuola, ma dovrà anche fornire le competenze necessarie per affrontare la complessità del lavoro del futuro, facendo propri i paradigmi dell’economia digitale.
Con molta probabilità, anche l’idea di settore industriale non sarà più indicativa di singole filiere produttive. In questo senso, la nuova manifattura 4.0 richiede un ripensamento completo della nostra idea di produrre e del rapporto tra uomo e tecnologia e, ancor più, una valorizzazione degli elementi che insieme alla tecnologia contribuiscono a rendere rivoluzionaria Industry 4.0: la sostenibilità sociale, economica e ambientale dell’impresa, la valorizzazione della partecipazione e del talento, nonché delle relazioni.
In questa nuova realtà manifatturiera l’uomo sarà ancor più centrale, smentendo le ricorrenti profezie – da Jeremy Rifkin all’ultimo arrivato, il sociologo Domenico De Masi – su un’epoca di «fine del lavoro», nella quale l’operosità umana verrebbe sostituita dal lavoro dei robot e «indennizzata» dal reddito di cittadinanza.
il nuovo mondo di Industry 4.0
Industry 4.0 coinvolge nove tecnologie fondamentali, dette anche tecnologie abilitanti: robot autonomi, realtà aumentata, cloud computing, big data e analitica, sicurezza informatica, internet delle cose industriali, integrazione dei sistemi orizzontali e verticali, simulazione e produzione additiva. Queste tecnologie sono state già implementate singolarmente da tempo; ora però Industry 4.0 le riunisce in una sorta di ecosistema 4.0.
L’Italia è forte nella maggior parte di esse, ma molto debole nella loro integrazione industriale, in particolare nelle piccole e medie imprese. Quando operano nell’ambito di un sistema coeso, queste tecnologie hanno il potere di trasformare la produzione e modificare la natura dei rapporti tra fornitori, produttori e clienti. Al tempo stesso mutano i rapporti tra uomo e macchina, che saranno sempre più integrati attraverso la bioingegneria. Grazie all’Internet delle cose (Iot), le macchine sono in grado di comunicare tra loro mentre apprendono lavorando assieme agli esseri umani. Non basta installare qualche robot per dire che abbiamo realizzato Industry 4.0. I robot fecero il loro ingresso in fabbrica, almeno in Italia, già nella seconda metà degli anni Ottanta (ricordiamo i robot della Comau installati dalla Fiat). Non si tratta della semplice digitalizzazione, né della pura applicazione dell’informatica alla produzione e neppure dell’Iot, ovvero di internet applicato alla manifattura. Industry 4.0 cambia integralmente l’idea, la struttura e l’organizzazione dell’impresa, ma – cosa più importante – induce un contestuale cambiamento di ciò che è dentro e ciò che è fuori le mura dell’impianto: la fabbrica diventa cyber physical system, un sistema interattivo che integra e connette elementi computazionali, esseri umani ed entità fisiche.
Senza un ecosistema 4.0 e senza la persona, la fabbrica intelligente non funziona. Il sindacato non può rassegnarsi a un atteggiamento passivo. Deve perciò avviare progetti di ricerca per produrre analisi e proposte che anticipino il cambiamento anziché subirlo. Non c’è alternativa al giocare d’anticipo.
avanguardie e innovatori «moderati» nella sfida di Industry 4.0
Il piano di rilancio dell’industria promosso dall’Europa da qui al 2020 prevede 100 miliardi di euro per portare al 20% il Pil prodotto dalla manifattura. Uno dei principi alla base della strategia proposta dalla Commis- sione Europea riguarda proprio l’impegno che i paesi devono garantire a favore dell’in- novazione della base industriale.
Come in altri campi, anche in Industry 4.0 all’avanguardia c’è la Germania. Il governo tedesco sta investendo milioni di euro in questo settore, anche per la formazione dei rappresentanti sindacali di fabbrica: l’obiettivo è prepararli al cambiamento. La Germania si candida così non solo a produrre con il metodo smart factory, ma anche a vendere le tecnologie con cui realizzarlo altrove. Anche la Cina sta investendo miliardi di dollari su questo versante. E la Germania, tutt’altro che chiusa in se stessa, sta cooperando con i cinesi nell’ambito di un programma specifico, che si chiama «Made in China 2025».
Il rischio per l’Italia è di rimanere tagliata fuori, specie se non si lavora a fare poche cose ma fatte bene e insieme. In una recente classifica l’Italia, malgrado resti la seconda manifattura del continente e tra le prime 10 al mondo, è collocata tra gli innovatori «moderati». I dati dell’Ocse ci dicono inoltre che nel 2014 la spesa totale del nostro Paese per ricerca e sviluppo è stata dell’1.3% del Pil, contro quella della Germania (2.8%), la media dei paesi Ocse (2.3%) e la media Ue (1.9 %). La partita di Industry 4.0 si gioca anche e soprattutto sul terreno della politica industriale. Ciò richiede una classe politica lungimirante, in grado di varare politiche sociali, formative e industriali tra loro coordinate. Quella che si dice capacità di «fare sistema».
Il piano Calenda, con cui il governo sta provando ad accompagnare le nostre imprese verso Industry 4.0, va nella giusta direzione, operando in una logica di neutralità tecnologica, grazie alla scelta di fiscalizzare gli incentivi. Sarebbe necessario anche riorganizzare il sistema di incentivi già disponibili, per evitare che vengano dispersi, ed effettuare una selezione per assicurarsi che quelle risorse vadano effettivamente ad innovare
la manifattura 4.0.
Nel guidare il sistema verso l’approdo alla fabbrica digitale la contrattazione può fare molto, specie per le piccole e medie imprese. Il nuovo contratto dei metalmeccanici, da questo punto di vista, ha aperto la strada superando la sovrapposizione tra i due li- velli della contrattazione, nazionale e azien- dale, e avvicinandola così all’impresa, vale a dire al luogo in cui si produce la ricchezza e si distribuiscono ai salari gli incrementi di produttività. Ma perché questa svolta possa definirsi completa c’è bisogno che sia accompagnata da una contrattazione territoriale in grado di coinvolgere le piccole e medie imprese.
Competence Center
Il rapporto redatto a dicembre 2016 da un gruppo di lavoro della «Digitising European Industry» all’interno della Commissione europea, indica chiaramente che i Digital Innovation Hub non sono solamente un luo- go fisico, ma un network di attori regionali che – offrendo a piccole e medie imprese i servizi di orientamento, formazione e nuo- ve strategie di business – concorrono alla realizzazione di un ecosistema volto a favorire l’innovazione connessa al digitale.
I Competence Center sono invece il «cervello» di questi hub, cioè il soggetto tecnico-organizzativo con il quale le Pmi devono interfacciarsi per essere supportate nella ricerca applicata, nella sperimentazione pra- tica di tecnologie 4.0 e nello sviluppo di progetti in termini di nuova competitività. I Competence Center non si dovrebbero dunque occupare solamente di attività di trasferimento tecnologico, ma operare con le aziende offrendo loro una gamma di servizi più ampia, anche nell’ambito dei nuovi modelli di implementazione delle tecnologie, di sviluppo organizzativo, business e marketing.
A confronto con tutto ciò, in Italia la situazione presenta margini di ambiguità. Il decreto ministeriale sui Competence Center parla infatti della costituzione di «centri di competenza ad alta specializzazione aventi lo scopo di promuovere e realizzare progetti di ricerca applicata, di trasferimento tecnologico e di formazione su tecnologie avanzate». Il principale limite del Piano Nazionale Industria 4.0 è dunque quello di non chiarire la natura complementare e la continuità funzionale tra Competence Center e Digital Innovation Hub. Il testo pare piuttosto evocare l’esperienza dei Research Cam- pus tedeschi, esperienza di per sé positiva ma circoscritta all’attività di ricerca che, da sola, non collegata con la realtà delle im- prese, rischia di rivelarsi insufficiente a portare il nostro Paese su buoni livelli di com- petitività industriale. Ancora, non si capisce se e come verranno coinvolti nel piano i parchi scientifici, i poli tecnologici, i distretti e i cluster. Non possiamo continuare a ripe- tere, magari con nomi suggestivi, esperien- ze del passato su cui sono state investite generose somme di denaro pubblico, spesso per finanziare attività i cui risultati hanno però tradito le aspettative.
Ecosistema 4.0: l’ultima occasione per riportare la manifattura al centro
Il vero anello debole è rappresentato dal sistema delle piccole e medie imprese italiane dell’industria, ancora lontane, salvo qualche eccezione, dal sintonizzarsi sulle frequenze della fabbrica intelligente. Questo per la Fim è un terreno di nuovo protagoni- smo, perché può aprire spazi alla crescita alle capacità innovative delle PMI attraver- so un forte impulso alla partecipazione, de- clinato anche nella nuova contrattazione aziendale. Occorre inoltre un sistema formativo, un sistema duale che renda davvero operativa ed efficace l’alternanza scuola-lavoro.
Un altro aspetto importante è la possibilità – concretizzata, ad esempio, con gli accordi con Fca a Pomigliano e con Whirlpool – di creare le condizioni per il back-reshoring (rimpatrio di attività produttive). La crescita di produttività consentita da Industry 4.0 può cioè permettere il rientro di produzioni che sono state delocalizzate negli anni scorsi.
È per questo che all’Europa servirebbe soprattutto un Industrial Compact, oltre al Fiscal Compact. Ma per raggiungere gli ambiziosi obiettivi del Piano Juncker non sono state stanziate le risorse necessarie. Entro il 2020, si dice, il settore manifatturiero do- vrebbe rappresentare il 20% delle economie dei Paesi europei (l’Italia è posizionata ab- bastanza bene, con un 18%, mentre la media europea è del 15%). Ma ciò che conta non è soltanto il dato quantitativo: sarà de- terminante capire se le quote di manifattu- riero conquistate entro il 2020 saranno ad alto tasso di innovazione, se cioè saranno ottenute attraverso un processo di selezio- ne. Se l’Italia non saprà inserirsi in questo filone di innovazione rischierà di perdere molto velocemente posizioni in classifica. Urgono perciò scelte e impegni di politica industriale all’altezza della sfida.
Molte sono le cose da fare a livello politico ed economico per difendere il lavoro. Occorre liberarsi dal dogma del pareggio di bilancio, che non ha nulla a che fare con l’equilibrio di bilancio, e superare la grande crisi di investimenti (pubblici e privati) nel nostro Paese, puntando anche su banche etiche e di territorio che abbiano la mission di sostenere gli investimenti produttivi e ad alto impatto socio-ambientale.
Servono poi riforme istituzionali che sostengano innovazioni dal basso, nate sul territorio, attraverso Competence Center, definendo però a livello centrale le linee guida, i tempi e l’obbligatorietà della convergenza dei territori in ritardo, per innescare circoli virtuosi.
Serve, infine, un sindacato smart, retto da personale competente e preparato ad ogni livello, a partire dai temi dell’organizzazione del lavoro e della formazione continua. Il paradigma 4.0, tra l’altro, offre una grande occasione per riqualificare il lavoro sindacale e rilanciare una forte politica dei quadri da trasformare in veri e propri «fattori abilitanti» per la costruzione di un nuovo sindacalismo confederale. Ancor più importante è che il sindacato riparta da dove è nato, dai luoghi di lavoro, recuperando la capacità di analizzarli, descriverli e cambiarli, per radicarsi con forza nel territorio.
Marco Bentivogli
Bibliografia
Adapt, Fim 2016 – Libro verde, Industria 4.0 Ruolo e funzioni Competence Center, Adapt University Press 2016.
Adapt, Fim 2017 – Libro Bianco su lavoro e competenze in impresa 4.0, Adapt University Press 2017. Barbetta 2007 – G.P. Barbetta, G. Turati, Organizzazione industriale dei sistemi di welfare. Terorie e verifiche empiriche dell’efficienza compara- ta di imprese con diverse strutture proprietarie, Vita e Pensiero 2007.
Baldoni 2015 – R. Baldoni, R. De Nicola, Il Futu- ro della Cyber Security in Italia. Un libro bianco per raccontare le principali sfide che il nostro Paese dovrà affrontare nei prossimi cinque anni, CINI 2015.
Bentivogli 2015 – M. Bentivogli, D. Di Vico, L. Pero, G. Viscardi, G. Barba navaretti, F. Mosconi, #SindacatoFuturo in Industry 4.0, ADAPT University Press 2015.
Bentivogli 2016 – M. Bentivogli, Abbiamo rovinato l’Italia L’Italia? Perché non si può fare a meno del sindacato, Castelvecchi 2016.
Pero 2012 – L. Pero, Processi di riaggiustamento industriale in Italia, Eddiesse 2012
Simone 2012 – R. Simone, Presi nella Rete, Garzanti 2012.
Seghezzi 2016 – F. Seghezzi, Lavoro e relazioni industriali in Industry 4.0, Adapt University Press 2016 – Bollettino n. 1/2016.
Lavoro e prospettive di cambiamento
Lavoro e prospettive di cambiamento
Relazione di Fernando Codonesu del Comitato di Iniziativa Costituzionale Statutaria
DIBATTITO sul LAVORO OGGI. Sindacato in trasformazione
Questioni aperte
per il sindacato italiano
di Lorenzo Caselli
Professore emerito di Economia e gestione delle imprese e docente a contratto di Etica economica e responsabilità sociale delle imprese, Università di Genova,
Fra le realtà più in crisi nel mondo del lavoro c’è quella del sindacato, che sembra accerchiato, spiazzato, incapace di cogliere le trasformazioni in atto nella domanda di lavoro e nelle modalità di impiego. Ha ancora senso oggi un sindacato forte e organizzato? Quali sono i suoi punti di forza e gli am- biti di azione? È possibile ipotizzare una partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese? Quali sono i passi da compiere per una riforma condivisa e realistica dei sindacati?
Traendolo da Aggiornamenti Sociali, pubblichiamo un contributo che affronta queste domande.
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Di fronte alla gravità dei problemi che sono sul tappeto, l’economia richiede di essere profondamente ripensata. Cresce la consapevolezza che efficienza, giustizia e partecipazione non possono più essere separate e che si pongono sempre più come condizioni per la sostenibilità dello sviluppo. Il coinvolgimento dei lavoratori, dei consumatori e dei cittadini è essenziale per il successo delle stesse iniziative economiche. La solidarietà e la sussidiarietà creano le premesse perché abbiano a dispiegarsi le potenzialità di ciascuna persona, perché sia possibile l’accesso più largo ai beni e ai sevizi di base nell’interesse del maggior numero di soggetti e nel rispetto delle generazioni future.
L’economia sociale di mercato, inserita nei principi del Trattato di Lisbona (art. 2, c. 3), si colloca in questa prospettiva. Essa però non è qualcosa di definitivo e di consolidato. I suoi elementi costitutivi – centralità dell’economia reale rispetto alla finanza, occhio di riguardo per il medio-lungo termine, ruolo regolatore dello Stato, equità fiscale, efficienza, competitività ma anche welfare, imprese e sindacati responsabili e partecipativi –, riscontrabili, ad esempio, nell’esperienza tedesca, possono essere variamente declinati e combinati.
Tali elementi sono tutti necessari, ma non sufficienti. Come hanno osservato i vescovi europei, l’economia sociale di mercato è infatti un grande obiettivo ancora da completare ed europeizzare. Il collegamento tra libero mercato e competitività da un lato e principio di solidarietà e giustizia sociale dall’altro non è affatto scontato.
Il mercato non soddisfa tutti i bisogni delle persone, deve essere integrato con la politica sociale e non può fare a meno di gratuità, sostenibilità, inclusività (COMECE 2011).
Tutto ciò vale per l’Europa e per il nostro Paese. In questa prospettiva, il sindacato italiano con la sua storia e il suo radicamento sociale, con le sue contraddizioni ma anche con i suoi punti di forza, può dare un grande contributo. Tra economia sociale di mercato e sindacato è infatti possibile attivare una circolarità virtuosa. Affinché ciò avvenga, occorre un sindacato sempre attento alle condizioni di vita dei lavoratori, sia di quelli che rappresenta sia di quelli che non riesce a rappresentare adeguatamente, che ne difenda gli interessi collettivi specifici e che consideri un ponte tra lavoro e welfare la fornitura di servizi, dalla tutela previdenziale alle problematiche fiscali e abitative, alla difesa dei consumatori, alla cultura e al tempo libero, alla formazione professionale; un sindacato, insomma, che cerchi di promuovere le condizioni favorevoli per l’assunzione di responsabilità partecipative a livello decisionale, finanziario e operativo da parte dei suoi rappresentati nelle diverse realtà della vita economica e sociale 1).
Anche nel nostro Paese può essere sostenuto un progetto di economia sociale di mercato, qualificandone e arricchendone strutture e processi con il concorso di sindacato, imprese, istituzioni e aggregazioni sociali. In questo ambito il sindacato può farsi promotore di un discorso in tema di democrazia economica e più in generale di allargamento delle frontiere della democrazia tout court. Si tratta di aumentare sia il numero dei soggetti che possono prendere la parola sulla scena politica, sociale ed economica (il mercato non appartiene soltanto alle imprese capitalistiche), sia le dimensioni da porre a fondamento delle scelte, definite non solo dal profitto ma anche da valori sociali, ambientali e culturali in vista del bene comune.
Può il sindacato assolvere al ruolo appena descritto? Non ci nascondiamo certamente le difficoltà di tale disegno. I margini di manovra – in Italia ma anche in molti Paesi europei – sono, nell’immediato, oggettivamente modesti. Ma non è soltanto il quadro economico che limita gli spazi di azione dei sindacati. Essi infatti devono fare i conti con un clima sociale, culturale e politico non favorevole alla presenza e all’azione di un soggetto collettivo del loro genere. Ci troviamo in una situazione di “destrutturazione sociale”, che da un lato frammenta la convivenza e dall’altro agevola l’emergere e il consolidarsi di nuovi centri di potere non facilmente controllabili.
Stando così le cose, gli assetti pluralistici, propri della modernità – fatti di istituzioni, associazioni, movimenti, aggregazioni e rappresentanze di interessi molteplici – rischiano di degenerare in differenziazioni fini a se stesse, in chiusure corporative, in una miriade di interessi particolaristici. Si moltiplicano le appartenenze tra loro non comunicanti, mentre l’affievolirsi dell’ethos collettivo rende difficile l’elaborazione di regole condivise con le quali governare le relazioni sociali, economiche, di lavoro. Di fronte a questo scenario, quale ruolo per le associazioni di categoria nel mondo del lavoro?
I punti di forza del sindacato
I rischi che i sindacati hanno di fronte non vanno taciuti. Non sono però tali – questa è la nostra opinione – da cancellare o nascondere le opportunità che il sindacato potrebbe cogliere attraverso l’intelligente valorizzazione e gestione dei suoi punti di forza spendibili nella prospettiva dell’economia sociale di mercato. Si pensi soltanto allo spostamento progressivo della tutela dal singolo posto lavorativo, strettamente inteso, alla gestione del mercato del lavoro, nel suo insieme e nelle sue articolazioni locali, attraverso l’armoniz- zazione dei flussi di domanda e offerta e il loro collegamento con i processi produttivi e formativi. Tutto è collegato, ma in modo nuovo e creativo. «Soltanto vincendo la sfida a diventare plurale il sindacato potrà ritrovare la propria funzione all’interno di un mutato scenario, che peraltro ne mostra un impellente bisogno» (Costa 2017, 9). Quattro punti di forza ci sembrano particolarmente significativi e giocabili dal sindacato.
Il primo è la possibilità di collegare aspetti macro e aspetti micro: da un lato le grandi politiche economiche e sociali, dall’altro le scelte delle imprese e delle istituzioni. Il tutto con particolare attenzione alla dimensione settoriale e territoriale dei problemi che attengono al mercato del lavoro, alla base industriale, alla promozione dei fattori di produttività, innovazione, competitività, alla flessibilità congiunta alla sicurezza.
Il secondo punto di forza è la possibilità per il sindacato di far interagire pubblico, privato e privato sociale nell’ambito di un gioco che non è necessariamente a somma zero, ma a somma potenzialmente positiva. Si pensi in particolare agli assetti di welfare, ove si tratta da un lato di creare le condizioni affinché la domanda di servizi da potenziare diventi effettiva e dall’altro di promuovere la pluralità dei soggetti di offerta, evitando posizioni di monopolio e di rendita tanto pubblica quanto privata, favorendo forme di collaborazione con il coinvolgimento effettivo della società civile. Nel quadro dell’economia sociale di mercato il sistema produttivo e quello amministrativo devono misurarsi con indicatori di efficienza e di efficacia. In particolare, la pubblica amministrazione – e qui il sindacato ha grandi responsabilità, a motivo del suo radicamento associativo – si trova a fare i conti con profonde trasformazioni, nuove esigenze e priorità, nuove domande e competenze professionali, per uscire dal rischio dell’autoreferenzialità, contribuendo attraverso il miglior utilizzo delle risorse disponibili all’innalzamento del livello di competitività e attrattiva del sistema Paese.
Terzo punto di forza è la possibilità di mettere in comunicazione produzione, lavoro, consumo e risparmio superando, nell’ambito di una responsabilità condivisa, separatezze e contraddizioni. A ciò si collega altresì la possibilità di essere presente in spazi vitali della società, come ad esempio i servizi all’impiego e la riforma dello Stato sociale, attraverso la valorizzazione del Terzo settore.
Infine, e questo è il quarto punto di forza, in raccordo con i sindacati degli altri Paesi della UE, esso potrebbe contribuire in misura notevole al rafforzamento dei poteri di intervento della CES (Conferenza europea dei sindacati), indispensabile per affrontare problemi che travalicano i confini dei singoli Stati, come quello occupazionale. Solo nel più ampio contesto comunitario possono infatti individuarsi soluzioni precluse su scala locale, perseguendo altresì, attraverso un dialogo sociale rafforzato, le tre grandi priorità a fondamento della strategia Europa 2020 (crescita intelligente, crescita sostenibile, crescita inclusiva).
Gli ambiti di azione del sindacato
Europa 2020 è la strategia decennale per la crescita definita dalla UE nel 2010. Oltre a uscire dalla crisi, essa mira a colmare le lacune del modello di crescita europeo e creare le condizioni per un tipo di sviluppo economico più intelligente, sostenibile e solidale. Per questo la UE si è data cinque obiettivi da realizzare entro il 2020, che riguardano l’occupazione, l’istruzione, la ricerca e l’innovazione, l’integrazione sociale e la riduzione della povertà, il clima e l’energia. La strategia indica anche sette settori di intervento su cui concentrare gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi: l’innovazione, l’economia digitale, l’occupazione, i giovani, la politica industriale, la povertà e l’uso efficiente delle risorse (cfr <http://ec.europa.eu/europe2020/europe- 2020-in-a-nutshell/index_it.htm>).
I punti di forza sopra evidenziati possono essere pienamente colti da un sindacato propositivo, non necessariamente “antagonista”, che non rinnega il conflitto ma lo sa usare saggiamente in vista dell’accordo, capace di attivare relazioni contrattuali, concertative, partecipative, che se necessario può essere anche imprenditore sociale; un sindacato cioè che oltre alla tutela diretta dei lavoratori vuole creare le condizioni per il loro benessere e per quello del Paese favorendone lo sviluppo, evitando il rischio tanto di chiusure corporative quanto di pratiche meramente assistenziali e difensive.
Un’azione strategica sindacale – nel quadro dell’economia sociale di mercato – si concretizza in tre passaggi fondamentali, tra loro strettamente collegati e interdipendenti: concertazione, contrattazione, partecipazione. Esaminiamoli distintamente.
La concertazione tra istituzioni e parti sociali, ovvero tra i grandi decisori politici, economici, sociali è condizione indispensabile per il governo di una società sempre più complessa. Ciò è tanto più urgente in una situazione di emergenza, ove occorre da un lato farsi carico di vincoli macroeconomici ai quali non è possibile sottrarsi (il rapporto tra debito e PIL per esempio) e dall’altro rilanciare sviluppo e occupazione.
Con la concertazione tutte le parti in gioco sono chiamate a costruire fiducia in vista di obiettivi condivisi. In quest’ottica, essa può essere l’antidoto sia alle politiche liberiste sia a quelle dirigiste, poiché amplia gli ambiti della democrazia sostanziale, valorizza il pluralismo sociale, impegna i diversi attori a comportamenti coerenti nella reciproca legittimazione. La concertazione può essere strumento sia per governare più efficacemente le relazioni industriali, sia per attivare un percorso riformatore, capace di incidere concretamente sui principali problemi del lavoro e del sistema economico e produttivo.
La questione della produttività si colloca in questa ottica. Essa è sempre più il frutto di un’azione combinata dei diversi fattori che agiscono sull’impresa, ma non soltanto di quelli della produzione tradizionalmente intesi, bensì anche di quelli istituzionali e di contesto (formazione, ricerca, servizi reali, organizzazione territoriale, stato sociale, efficienza della pubblica amministrazione). Il concorso coerente e integrato delle parti sociali e delle istituzioni si rivela condizione sempre più indispensabile per la crescita della produttività, specie nella prospettiva dell’industria 4.0. In altri termini, la capacità propositiva del sindacato in tema di dinamiche salariali e flessibilità organizzativa, connessa all’introduzione massiccia delle nuove tecnologie, si combina con gli investimenti delle imprese, finalizzati sia all’aumento dei livelli di competitività sia alla promozione quantitativa e qualitativa dell’occupazione, mentre il Governo si impegna per una politica economica e fiscale in linea con tali obiettivi. Il passaggio dalla concertazione alla contrattazione sindacale è evidente. Con la prima si creano le condizioni per aggredire gli squilibri più pesanti, con la contrattazione si valorizzano le differenze e le potenzialità esistenti nel tessuto produttivo. Ferma restando la necessità del contratto nazionale, opportunamente riqualificato affinché sia centro regolatore e di governance dei sistemi contrattuali settoriali, modellandolo sulle normative e tutele di carattere generale, a partire dalla difesa del potere di acquisto dei salari, occorre puntare sulla contrattazione di secondo livello (aziendale e territoriale) attraverso un trasferimento organico di competenze, in particolare sulle materie che si generano e si gestiscono in azienda e sul territorio, innalzando nel contempo il tasso di partecipazione dei lavoratori alla vita e alle decisioni dell’impresa.
L’efficacia del legame tra democrazia economica ed economia sociale di mercato presuppone un’ipotesi forte di partecipazione, di coinvolgimento di risorse individuali e collettive, come modo per cogliere e valorizzare le interdipendenze tra le molteplici dimensioni della vita sociale, promuovendo comportamenti più solidali. Tutto ciò, nel contempo, si rivela essenziale anche per il successo e le performance delle stesse iniziative economiche. Pur con tutti i limiti e contraddizioni, non si può sottovalutare il potenziale partecipativo oggi esistente nelle organizzazioni economiche e sociali, che si lega a istanze profonde di giustizia, di sussidiarietà, di democrazia in grado di esprimersi in tutti gli ambiti della vita associata. Tale potenziale partecipativo chiede però di essere, in qualche modo, interpretato, rappresentato, promosso e trasformato, per così dire, in “merce politica” da porre sul piatto della bilancia in vista di trasformazioni più generali, evitando il riflusso nel particolare, nel settoriale, nell’egoistico (cfr Grazzini 2014).
Nell’orizzonte strategico del sindacato, la partecipazione può giocare un ruolo di fondamentale importanza. Com’è noto, in rapporto al sistema delle imprese esistono una versione leggera della partecipazione (informazione, consultazione, quote di salario legate ai risultati, ecc.) e una forte, che può esprimersi tanto nella partecipazione dei lavoratori al governo, alle decisioni e al funzionamento organizzativo dell’impresa quanto nella partecipazione collettiva degli stessi al capitale con la presenza di propri rappresentanti negli organi societari. Questa versione forte può essere assunta come scelta qualificante del sindacato italiano e trovare ambito di sperimentazione nella realtà del nostro Paese, come avviene da tempo altrove 2)?
La partecipazione dei lavoratori all’impresa
Il ragionamento merita un minimo di approfondimento. I dipendenti possono partecipare agli organi societari – e quindi concorrere alla definizione delle scelte strategiche dell’impresa – sia in quanto lavoratori, sulla scorta del modello tedesco sostanzialmente recepito nello statuto della società per azioni europea, sia in quanto azionisti attraverso l’azionariato dei lavoratori. Nell’uno e nell’altro caso la presenza negli organi societari costituisce il punto di innesco per discorsi più puntuali che, muovendo dagli assetti di corporate governance, investono la tematica della democrazia economica a livello di sistema.
Assumendo realisticamente le trasformazioni in atto, la presenza dei rappresentanti dei lavoratori negli organi societari – a prescindere dal possesso di quote azionarie – si caratterizza di grande positività: essa può costituire sia un “collante” rispetto alle altre forme e momenti partecipativi, sia un ponte capace di collegare aspetti micro e macro, interessi individuali e collettivi. Per quanto riguarda il possesso azionario dei lavoratori, questo per poter contare deve essere collettivamente gestito attraverso associazioni che si configurano come investitori pronti a stabilire alleanze con alcuni e ad opporsi ad altri.
Richiamiamo sinteticamente alcune potenzialità connesse al coinvolgimento del lavoro nella governance delle imprese, che per dispiegare pienamente la loro efficacia richiedono alcune condizioni favorevoli: aspettative di crescita, quadro normativo, istituzionale e contrattuale sostanzialmente omogeneo a livello europeo, misure giuridiche e fiscali incentivanti, investimenti formativi e informativi per garantire affidabilità e trasparenza nei comportamenti dei diversi attori, ecc. Tali condizioni – specie nel nostro Paese, che nelle diverse graduatorie internazionali occupa posizioni di retroguardia – non sono di facile realizzazione. Esistono però ambiti di eccellenza su cui far leva a livello territoriale e settoriale ove imprese, istituzioni e sindacati stanno sperimentando modelli di comportamento innovativi, ad esempio in tema di welfare aziendale e di lavoro agile, in un’ottica di responsabilità condivisa. In non pochi casi è proprio il sindacato ad esercitare una funzione di stimolo.
In primo luogo, la partecipazione del lavoro al capitale d’impresa e la sua presenza negli organi societari conferiscono, in qualche misura, stabilità e radicamento all’impresa stessa, evitando le degenerazioni di un capitalismo invisibile e imprendibile, totalmente svincolato dalle esigenze ma anche dagli apporti in termini di cultura, valori, professionalità, relazionalità che possono provenire dalle comunità territoriali di riferimento, produttrici di quel “capitale fisso sociale” che si rivela sempre più fattore di competitività e di successo. Secondariamente, i lavoratori direttamente coinvolti nello sviluppo dell’impresa, attenti a qualità e quantità dell’occupazione, possono rappresentare un antidoto salutare contro la divaricazione tra dinamica reale e finanziaria, ponendo quest’ultima al servizio di un disegno di crescita che, nel creare benessere per tutti gli stakeholder dell’impresa, concorre altresì alla valorizzazione del suo stesso capitale. Il destino delle aziende come istituzioni produttrici di ricchezza e di benessere non può essere abbandonato agli esiti di giochi meramente finanziari, espropriando i luoghi dell’intelligenza e della progettualità reale. La partecipazione dei lavoratori concorre poi a creare un clima di consenso e di fiducia che, contribuendo ad accrescere (nel medio periodo) la redditività dell’impresa, crea risorse addizionali, spendibili anche – secondo una circolarità virtuosa – nella tradizionale attività negoziale e contrattuale. Infine, la presenza del lavoro nel capitale e negli organismi sociali si inserisce a pieno titolo nella prospettiva dell’economia sociale di mercato. Da un lato infatti essa può essere garanzia di stabilità contro il rischio di pressioni speculative di breve termine che nulla hanno a che vedere con lo stato di salute dell’impresa; dall’altro lato non si esclude la contendibilità dell’impresa medesima, nel senso che il management si trova a doversi confrontare con la capacità di iniziativa dei rappresentanti dei lavoratori negli organi societari, specie se i lavoratori sono anche azionisti. In definitiva, per quanto riguarda il nostro Paese, un ruolo attivo dei dipendenti nella governance e nel capitale dell’impresa può concorrere alla riforma e al consolidamento del capitalismo italiano in prospettiva europea. Al riguardo appare necessario un massiccio investimento culturale da parte del sindacato e delle imprese. Lavoratori disinformati, disincentivati, non supportati tecnicamente e culturalmente rischiano l’ininfluenza rispetto alle sorti dell’impresa e del lavoro stesso. Occorre pertanto costruire una strategia forte per la partecipazione e per l’azionariato dei lavoratori, che può diventare un elemento connettivo dell’impresa. Ciò attraverso l’attivazione di una circolarità virtuosa tra proprietà (non totalmente anonima o indistinta, ma facente capo a soggettività – quali i lavoratori – interessate allo sviluppo dell’impresa nel tempo come modo per salvaguardare occupazione e reddito sia in conto salario sia in conto capitale), governo (responsabile nei confronti delle diverse istanze interne ed esterne, di cui i lavoratori e il sindacato sono interpreti di fondamentale importanza), controllo (che il lavoro attraverso i propri rappresentanti negli organi societari può esercitare in maniera vigile, informata e propositiva) e gestione (cui lavoratori motivati e fidelizzati apportano secondo modalità partecipative competenze, professionalità, saperi).
Un patto per il lavoro e la crescita
La modernizzazione del nostro Paese, assunta nel quadro più ampio della costruzione dell’Europa in senso federale, non può essere interpretata né al ribasso né tantomeno in chiave autoreferenziale. Deve accompagnarsi a un disegno di trasformazione reale, traguardato sull’economia sociale di mercato e su assetti generalizzati di democrazia economica. Un disegno nel quale far convergere le politiche di breve, medio e lungo termine, nel quale far interagire il pubblico, il privato e il privato sociale, armonizzando l’insieme e le parti, il mercato e lo Stato, la libertà e la regolazione, la flessibilità e la sicurezza. Un disegno nel quale il sociale e il civile non sono confiscati, ma valorizzati per quanto di originale possono esprimere (cfr Caselli 2012). Un grande patto per il lavoro e per la produttività riveste un’importanza strategica non solo per il nostro Paese ma per tutta l’Unione Europea, che sembra talvolta dimenticare che la crescita costituisce un suo obiettivo prioritario, in quanto senza di essa rischiano di incrinarsi l’economia, il mercato comunitario e la coesione sociale ovvero i fondamenti stessi della democrazia economica. Il passaggio dall’ottica del singolo Stato nazionale a quella europea dovrebbe significare il passaggio da una politica di controllo rigido della domanda a una politica espansiva finalizzata al lavoro e a una migliore qualità della vita. Ciò attraverso un massiccio investimento nelle intelligenze, nella conoscenza e quindi nelle giovani generazioni. Occorre nel contempo la costruzione di reti con le quali diffondere le innovazioni, facendole fruttificare nel territorio. È indispensabile altresì investire in una migliore qualità di vita per tutti. Vi sono bisogni ed esigenze che non possono più essere sacrificati a livello di cultura, salute, lotta all’esclusione, protezione dell’ambiente. Essi costituiscono importanti “giacimenti” dai quali attingere per alimentare la crescita su basi nuove. In questa prospettiva le organizzazioni sindacali potranno assolvere a un ruolo di fondamentale importanza nella misura in cui riusciranno a integrare dimensioni nazionali e dimensione comunitaria anche attraverso – come già osservato – il rafforzamento dei poteri della CES. In definitiva il sindacato, in Europa e in Italia, ha di fronte una grande scommessa: farsi soggetto di modernizzazione e di trasformazione, accettando le sfide dell’innovazione, della flessibilità, dell’allargamento degli orizzonti di riferimento, della crescente complessità del sociale. Per confrontarsi con tali sfide, il sindacato non può stare al di fuori e neppure limitarsi a contrattare con le diverse controparti senza una visione strategica. Occorre viceversa un’assunzione di responsabilità nell’indirizzo, nel controllo e anche, talvolta, nella gestione delle scelte economiche e sociali. È giocoforza per il sindacato passare da una “cultura delle conseguenze” a una “cultura di progetto”, mettendo in comunicazione interessi differenziati, esplicitando e costruendo comuni valori condivisi, dandosi un programma e una speranza di vita buona, o per lo meno dignitosa, per tutti.
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NOTE
1 Nell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009) si legge: «Riflettendo sul tema del lavoro, è opportuno anche un richiamo all’urgente esigenza che le or- ganizzazioni sindacali dei lavoratori si aprano alle nuove prospettive che emergono nell’ambito lavorativo. Superando le limitazioni proprie dei sindacati di categoria, le organizzazioni sindacali sono chiamate a farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società: mi riferisco, ad esempio, a quell’insieme di questioni che gli studiosi di scienze sociali identificano nel conflitto tra persona lavoratrice e persona consumatrice» (n. 64).
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2 Isabelle Férreras, docente all’Università Cattolica di Lovanio, rilancia il dibattito sulla governance di impresa sulla base di un’idea forte: il “bicameralismo economico”. In quest’ottica viene immaginata una “direzione bicefala”, composta da una camera dei portatori di capitale e da una degli investitori in lavoro. Nessuna decisione potrà essere presa senza l’accordo di almeno il 50% + 1 dei salariati (cfr FérrerAs 2012).
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Caselli L. (2012), La vita buona nell’economia e nella società, Edizioni Lavoro, Roma.
CoMece (coMMission Des ePiscoPATs De lA coMMunAuTé euroPéenne) (2011), Une Communauté Européenne de solidarité et de responsabilité. Déclaration des Évêques de la COMECE sur l’objectif d’une économie sociale de marché compétitive dans le Traité de l’UE, Bruxelles,
CosTA G. (2017), «Trasformare l’esistente: che lavoro vogliamo?», in Aggiornamenti Sociali, 1, 5-12 [ripreso da Aladinews].
FérrerAs I. (2012), Gouverner le capitalisme?,
Presses Universitaires de France, Parigi. GrAZZini E. (2014), Manifesto per la democrazia economica, Castelvecchi, Roma.
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PICCOLO GLOSSARIO
L’economia sociale di mercato integra in sé la concorrenza di mercato e l’equità sociale. Nata in Germania durante il periodo della Repubblica di Weimar, è una risposta soddisfacente contro le storture del liberalismo puro, in quanto cerca di garantire i singoli individui anche dal lato della giustizia sociale, della solidarietà, delle pari opportunità. L’autorità statale, considerata con un ruolo regolatore, individua alcune “condizioni quadro” da far rispettare: un severo ordinamento monetario; un credito conforme alle norme di concorrenza e una regolamentazione per scongiurare monopoli; una politica tributaria e fiscale che non sia elemento di disturbo alla libera concorrenza e che eviti sovvenzioni che la possano alterare; la protezione dell’ambiente; la tutela dei consumatori finalizzata a minimizzare i comportamenti opportunistici.
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Europa 2020 è la strategia decennale per la crescita definita dalla UE nel 2010. Ol- tre a uscire dalla crisi, essa mira a colmare le lacune del modello di crescita europeo e creare le condizioni per un tipo di sviluppo economico più intelligente, sostenibile e solidale. Per questo la UE si è data cinque obiettivi da realizzare entro il 2020, che riguardano l’occupazione, l’istruzione, la ricerca e l’innovazione, l’integrazione so- ciale e la riduzione della povertà, il clima e l’energia. La strategia indica anche sette settori di intervento su cui concentrare gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi: l’innovazione, l’economia digitale, l’occu- pazione, i giovani, la politica industriale, la povertà e l’uso efficiente delle risorse (cfr
L’industria 4.0 scaturisce dalla quarta rivoluzione industriale. In estrema sintesi, la si può intendere come un processo che porterà alla produzione industriale del tutto automatizzata e interconnessa.
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“Oltre ogni muro”. Guardiamo con ottimismo della volontà alle buone pratiche: Milano e Villamassargia esemplari
La sedia
di Vanni Tola
Superare la logica dei grandi centri di raccolta e smistamento dei migranti con la pratica dell’accoglienza diffusa. Grande manifestazione a Milano per l’accoglienza diffusa.
La straordinaria manifestazione di Milano, contro il razzismo e l’accoglienza dei migranti ha rappresentato, innanzitutto, una ferma risposta democratica, pacifica e di massa alle provocazioni delle destre e di coloro che cavalcano la questione del respingimento dei migranti esclusivamente per scopi elettorali. Che poi tutto ciò sia avvenuto nella città di Milano, nel fulcro della propaganda leghista, non fa che accrescere il valore dell’iniziativa. Con lo slogan “Oltre ogni muro” oltre 100mila persone hanno dato gambe all’unica proposta alternativa per la questione dei migranti che comincia a farsi strada nell’opinione pubblica e in una parte sempre più vasta di politici e amministratori nel paese. E’ necessario riuscire a coniugare una giusta accoglienza di migranti con l’esigenza di non creare impatti problematici e devastanti con le comunità accoglienti. La proposta che si va concretizzando è quella di rifiutare fermamente la costituzione di grandi centri di accoglienza dei profughi e di contrapporre a tale procedura quella della accoglienza diffusa nel territorio di piccoli gruppi per i quali le comunità ospitanti predisporranno adeguati progetti per l’inserimento e l’integrazione reale degli ospiti. Una risposta intelligente contro i razzismi, i seminatori di odio, di diffidenza e di paure che operano in direzione contraria a qualsiasi ipotesi di accoglienza e integrazione che la Storia e le vicende internazionali ci impongono. Alle centinaia di associazioni di volontariato che curano la prima accoglienza dei migranti e dei richiedenti asili si affiancano gruppi di cittadini, associazioni e amministrazioni comunali che sperimentano nel concreto buone pratiche di accoglienza diffusa. Mi limito a segnalare soltanto due esempi tra i tanti possibili. In Sardegna, il Comune di Villamassargia, aderendo ufficialmente al sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati si è candidato a entrare nella rete dei centri di seconda accoglienza destinata ai richiedenti asilo e ai titolari di protezione internazionale. Con il progetto “Tutti giù per terra” i cittadini di Villamassargia intendono operare per accogliere e integrare (con servizi e professionalità specifiche per tale compito) una ventina di minori non accompagnati in famiglie affidatarie residenti nel comune e nei centri limitrofi. L’amministrazione ha già realizzato l’anagrafe delle famiglie affidatarie (20 nuclei di accoglienza e 3 di supporto). “Tutti giù per terra” è un progetto triennale per il quale è stato richiesta un finanziamento di 936mila euro sulla base di una spesa giornaliera per minore pari a 128 euro. Un progetto seguito con interesse anche dall’Anci Sardegna e da numerosi altri comuni che intendono operare nella medesima direzione. Esiste già un “Fronte comune” di amministrazioni locali che ha manifestato una ferma opposizione alla realizzazione di grandi centri di raccolta dei profughi proponendo in alternativa la pratica dell’accoglienza diffusa per piccoli gruppi nei Comuni della Sardegna. Notizie altrettanto confortanti giungono dall’area metropolitana di Milano. Una parte del paese che i media continuano a dipingere schierata contro l’immigrazione e sostanzialmente intollerante anche in conseguenza della martellante propaganda di organizzazioni xenofobe e razziste, si rivela essere la fucina di un nuovo modello di accoglienza e integrazione diffusa che viene proposta al Paese e all’Europa come modello vincente per confrontarsi con una problematica, quella dei grandi flussi migratori che rappresenterà una costante nel futuro prossimo. Risale a pochi giorni fa la notizia che a Milano Prefettura, Città Metropolitana e Sindaci, hanno sottoscritto un accordo che ridefinisce i ruoli dello Stato e degli Enti locali nella gestione delle migrazioni. Una alleanza strategica tra Stato e Amministrazioni comunali dalla quale è scaturito un protocollo per l’accoglienza diffusa dei migranti richiedenti asilo che impegna Prefettura, Città metropolitana e Comuni delle zone omogenee dell’area di Milano. L’obiettivo principale è quello di coniugare l’accoglienza e l’integrazione con le esigenze di sicurezza delle comunità ospitanti. I sindaci dell’area interessata dall’accordo diventano «protagonisti di una nuova idea strategica di sicurezza nazionale» con la pratica dell’accoglienza diffusa che diventa «la chiave dell’integrazione» e sarà attuata garantendo la massima trasparenza degli atti pubblici. E’ opinione diffusa tra i promotori del protocollo che «Integrare mentre si accoglie permette di creare politiche di sicurezza per il presente e il futuro, perché chi è integrato difficilmente diventa un punto di rottura della società». Il ruolo degli attori dell’intesa è codificato fin nei minimi particolari. I sindaci si impegneranno a trovare insieme alle associazioni di settore gli immobili, a dialogare con la cittadinanza e a mobilitare il volontariato per quanto riguarda i percorsi di integrazione. La prefettura «farà da stazione appaltante e organizzerà un tavolo mensile di monitoraggio», operando affinché l’ampliamento dell’accoglienza sia una priorità da estendere nel territorio. Un importante passo avanti nella giusta direzione.
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SardegnaCheFare?
Con l’articolo che segue proseguono le analisi e le proposte che Fernando Codonesu consegna al DIBATTITO sulla grande e impegnativa tematica del SardegnaCheFare?. Il primo contributo è pubblicato su Aladinews del 24 u.s; il secondo su Aladinews del 26 febbraio; l’odierno è dunque il terzo. Gli articoli per un accordo tra Editori e Autore vengono pubblicati – in contemporanea o in date diverse – anche su Democraziaoggi.
Innovazione tecnologica e sviluppo
di Fernando Codonesu
Le opportunità dell’innovazione tecnologica, soprattutto quella in ambito ICT, del mobile, dell’internet of things, dell’Industry 4.0, dello sviluppo delle applicazioni secondo logiche innovative, hanno un correlato con il contesto territoriale differente rispetto agli altri prodotti: è necessario infatti un humus di tipo culturale e di sistema di relazioni che può travalicare le distanze ma che necessita di contesti (sia ambientali di benessere e di qualità di vita, che relazionali) che favoriscano l’interscambio anche a distanza di idee, conoscenze e competenze, saper e saper fare come si dice in altri contesti.
L’innovazione necessita di ambienti collaborativi particolarmente intensi in cui i processi di ideazione, prototipazione, sperimentazione e feedback dall’utenza e dal mercato si manifestano come processi iterativi molto accelerati. Questo implica prossimità, per certi versi anche fisica, ma soprattutto di intenti, di atteggiamento di condivisione e di cooperazione e coordinamento. La Sardegna può, per contesto ambientale, sfruttare l’opportunità del suo habitat favorevole alla creatività e scambio, ma necessita di un fortissimo rafforzamento delle capacità relazionali, operative e propositive non sempre presenti tradizionalmente nella popolazione sarda. La creazione di contesti favorevoli, legati alla ricerca applicata in ambito ICT e alla maggiore attrattività per imprese, organizzazioni innovative internazionali sono fattori abilitanti su cui operare, soprattutto in sinergia con le istituzioni universitarie e i centri di ricerca regionali..
Le opportunità dell’ICT vanno concepite per il mercato globale siano esse soluzioni di base che in ambito applicativo. Un occhio di attenzione particolare va indirizzato alle esigenze e alle potenzialità degli altri comparti dell’economia regionale, quindi in ambito turistico, agroalimentare, ambientale, beni culturali e, visto lo stato di avanzamento delle stesse energie rinnovabili, allo stesso contesto delle smart grid.
Con riferimento al comparto marittimo e navale, va detto che la necessità di favorire un trasporto marittimo maggiormente garante della sostenibilità ambientale suggerisce lo sviluppo del trasporto marittimo con carburanti meno inquinanti, in particolare il GNL. Questo favorirebbe un ruolo chiave della Sardegna nel mediterraneo, soprattutto in combinazione di una politica che anticipi la creazione dell’area marittima della Sardegna ancor prima dello stesso Mediterraneo (previsto dall’IMO nel 2025?) nel suo insieme come un’area ad emissioni ridotte (Area ECA, Emission Control Area), come d’altronde già presente nel nord Europa. Il Mediterraneo attualmente è oggetto del 25% del traffico marittimo mondiale e questo dato dà il peso dell’opportunità di cui si parla.
Si osserva che siamo di fronte ad un comparto con un mercato diretto e indotto significativo e che potrebbe aprire opportunità per la Sardegna. I numeri in gioco sono rilevanti: 200.000 mercantili con oltre 100.000 T di stazza, ma anche 2.000 traghetti,1.500 navi, 2.000 mezzi commerciali . L’opportunità si manifesta sia nel mercato diretto, ad esempio in attività di bunkeraggio, ma anche nell’indotto per la cantieristica, rimessaggio etc. che potrebbero aprire specifici spiragli di sviluppo per l’isola.
Per quanto attiene al turismo, come già detto da almeno 30 anni a questa parte, bisogna puntare con politiche e azioni conseguenti, e non solo attraverso convegni periodici, su un modello alternativo, sulla destagionalizzazione, la combinazione di tempo libero, sport, vita all’aria aperta, beni culturali e paesaggio. Ovviamente questo implica adottare strategie innovative per intercettare una domanda dai connotati molto diversi rispetto al turismo tradizionale. Oramai il turismo si connota con il bisogno di esperienze differenti, con tempi diversi dal passato, con combinazione di tempo libero e relazioni interpersonali, con qualità d’ambiente, di alimentazione e stimoli culturali. L’ambiente favorisce questa opportunità ma è necessario porre particolare attenzione sulla qualità compromessa da poca attenzione dei cittadini alla propria terra, alle infrastrutture e al livello dei servizi.
L’opportunità turistica si combina quindi con altri fattori, ognuno dei quali va sviluppato in modo coordinato. Ci si riferisce ai beni culturali, al paesaggio, all’artigianato, al design e all’industria manifatturiera, quella che vorremmo, s’intende.
La cultura dell’isola affonda in radici lontane nel tempo che si è manifestata con artefatti estremamente originali e ricchi di significato, dalla civiltà nuragica a quella dei bronzetti. Segni tangibili e ricchi di mistero, basta pensare ai Giganti di Mont’e Prama che sono elementi di straordinaria attrattività ma devono essere valorizzati in un’ottica di comunicazione, di messa a sistema nell’offerta culturale e di forme nuove di turismo culturale. Le produzioni agricole, pastorali, la vita e la cultura della nostra terra si riverberano nel paesaggio che, contrariamente ai paesaggi di terre più sviluppate invertono il pieno con il vuoto, il rumore con il silenzio, il troppo con l’essenziale, valori che sono sempre più rari nella realtà internazionale e sempre più ricercati. L’immagine di un’isola ricca di queste “povertà” che povertà non sono ma che sono essenzialità, sono rappresentate dalla terra e dal suo paesaggio, fatto di terra, di mare, di cielo, di silenzi, di nuvole, di natura. Questo contesto, che va valorizzato, deve essere incorporato nel nostro patrimonio e deve essere fatto evolvere lasciando questi elementi come fattori primari, ma senza pensare di fermare le lancette al tempo zero. Il paesaggio, specchio delle attività dell’uomo sul proprio territorio, va fatto evolvere e fatto sviluppare rendendolo congruente con l’evoluzione produttiva. Nuovi paesaggi ci aspettano, paesaggi che devono essere progettati e non subiti, paesaggi che incorporano i segni del tempo e della storia, delle aspettative, dei gusti e delle sensibilità di chi le abita. Ed è necessario valorizzare tutto questo in prospettiva futura.
Si è ampiamente parlato della trasformazione dei processi industriali e l’opportunità per la Sardegna si riverbera più che nella grande industria oramai tramontata, nell’artigianato e nei suoi diversi risvolti come ad esempio il tessile (es tappeti, abbigliamento ecc.), la ceramica ecc. E’ certo che è necessaria una sua rielaborazione culturale e un’innovazione legata al ripensamento e al ridisegno in una chiave contemporanea, combinando intelligentemente tradizione e contemporaneità. Uno per tutti, il comparto tessile può sviluppare una filiera completa che parte dalla produzione ad esempio della canapa, per la quale la nostra terra ha i requisiti climatici e ambientali adatti e vecchi distretti industriali potenzialmente attrezzati per cogliere tali opportunità. Questo comparto può passare per una sua coltivazione e arriva alla trasformazione e alla creazione di prodotti differenti, magari attraverso la sinergia all’interno di un distretto industriale. Si potrebbe beneficiare della presenza di consorzi capaci di sviluppare nuovi prodotti, organizzare l’offerta differenziata in ambito alimentare, farmaceutico, dell’abbigliamento, dell’arredamento, magari dell’industria nautica, dei materiali per allestimenti e infine la logistica verso i mercati finali
Dal punto di vista energetico, ma questo è un discorso che andrebbe ripreso e approfondito, l’opportunità dell’introduzione del GNL (metano liquido) può favorire inoltre anche le imprese che nella loro produzione o confezionamento necessitano di assorbimento del calore (creazione di freddo), come ad esempio il mercato ittico e alimentare in genere. La realizzazione di nodi di trasformazione del gas da liquido a gassoso, il completamento dell’infrastruttura regionale di distribuzione e un approvvigionamento differenziato alla fonte rappresentano buone opportunità purché si faccia in fretta in quanto siamo l’unica regione d’Italia che ancora non dispone di una rete con questa fonte energetica sull’intero territorio regionale.
UN ESERCIZIO GIAPPONESE. Città di Cagliari. REGOLAMENTO SULLA COLLABORAZIONE TRA CITTADINI E AMMINISTRAZIONE PER LA CURA, LA GESTIONE CONDIVISA E LA RIGENERAZIONE DEI BENI COMUNI URBANI
Abbiamo preso il Regolamento di Torino e l’abbiamo letteralmente ricopiato sostituendo a Città di Torino Città di Cagliari. E’ solo un esercizio alla “giapponese”, come si diceva un tempo perché erano i giapponesi i maestri del ricopiare/imitare. Oggi, invece, sono considerati tali soprattutto i cinesi. A prescindere, in questo caso vogliamo solo sostenere che a redigere un regolamento sui beni comuni urbani, di cui la Città di Cagliari è priva, basta poco: basta appunto copiare intelligentemente dalle migliori regolamentazioni (a cui corrispondano buone pratiche) conosciute. Noi vorremmo però arrivare all’approvazione formale di un regolamento (da parte del Consiglio comunale) attraverso un percorso di condivisione con i cittadini attivi e le loro organizzazioni associative. Spetta al Comune e, in particolare ai consiglieri comunali (tutti: di maggioranza e di minoranza) e, ovviamente, al Sindaco e alla Giunta, di avviare questo percorso partecipativo per arrivare rapidamente alla meta. Al riguardo il Laboratorio sulla Sussidiarietà (www.labsus.org) guidato dal prof. Gregorio Arena fornisce ogni necessario e qualificato supporto. Spetta poi all’Amministrazione comunale di dotarsi di un’adeguata organizzazione di carattere gestionale perché tutto venga concretamente attuato nel migliore dei modi. (Franco Meloni direttore di Aladinews e componente dell’Osservatorio Beni Comuni della Sardegna).
REGOLAMENTO SULLA COLLABORAZIONE TRA CITTADINI E AMMINISTRAZIONE PER LA CURA, LA GESTIONE CONDIVISA E LA RIGENERAZIONE DEI BENI COMUNI URBANI.
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- RIADATTAMENTO PER CAGLIARI.
Da approvare con deliberazione del Consiglio Comunale…
- segue -
DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE MANDATO AMMINISTRATIVO 2016/2021 SINDACO MASSIMO ZEDDA
Il nostro amico consigliere comunale del Movimento 5 Stelle Pino Calledda ci ha fatto avere in anteprima il documento con le dichiarazioni programmatiche che il Sindaco Massimo Zedda esporrà nella prossima seduta del Consiglio comunale di Cagliari prevista martedì 11 ottobre. Le stesse dichiarazioni sono pervenute a tutti i consiglieri comunali su richiesta del presidente dell’assemblea civica Guido Portoghese ma allo stato non sono disponibili nel sito web del Comune. Nei prossimi giorni in spirito di servizio, come si diceva un tempo, formuleremo osservazioni critiche – in senso lato – cercando di mantenere comunque una serenità di giudizio. Ciò significa apprezzamento per quanto riteniamo positivo, critica per quanto riteniamo sbagliato, richiesta di spiegazioni per quanto viene omesso. Proprio a quest’ultimo riguardo lasciateci anticipare un interrogativo: perché nelle dichiarazioni non si parla degli immigrati e delle politiche di accoglienza? Ne vogliamo parlare? Ecco: in questo contesto e in questa direzione noi siamo impegnati, ma vorremmo essere in buona compagnia, cioè vorremmo che tutti coloro che hanno qualcosa da osservare o segnalare, per questioni di carattere generali o specifiche, intervenissero. Con tutto il rispetto che abbiamo dei nostri rappresentanti istituzionali che si esprimeranno nell’esercizio del loro mandato, crediamo che non debba mancare l’intervento dei semplici cittadini singoli o associati. A tal proposito gli spazi di ALADINEWS sono dunque a disposizione.
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DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE – MANDATO AMMINISTRATIVO 2016/2021
SINDACO MASSIMO ZEDDA
Terremoto, come un film già visto
La sedia
di Vanni Tola
La cronaca del terremoto, l’ennesimo in quelle aree, non ha bisogno di altri commenti. Prontamente i media ci hanno informato nel merito. E’ chiara in noi la gravità dell’accaduto, cresce il numero dei morti e dei feriti, aumenta vertiginosamente il numero dei senza tetto. Si muovono la macchina dei soccorsi e della protezione civile e il volontariato. Negli ospedali si registrano code per donare il sangue e la raccolta di aiuti e di denaro è attivata. Non è il momento delle polemiche e delle analisi ma quello della lotta per salvare vite, soccorrere i feriti e dare ospitalità e sostegno a chi non ha più un alloggio. Resta comunque netta la sensazione di rivedere un film già visto, qualcosa che abbiamo già vissuto in altre circostanze, in altre aree geografiche e con gli stessi drammatici problemi. Diventa quindi inevitabile cominciare a riflettere su alcune questioni fondamentali da approfondire ulteriormente quando la prima emergenza sarà superata. L’Italia è un paese con un alto tasso di pericolo sismico, un paese con vaste aree del territorio fortemente degradate e suscettibili di favorire catastrofi naturali di dimensioni considerevoli, si pensi alle frane e agli smottamenti diffusi. E’ evidente quindi che, pur evitando sterili polemiche e atteggiamenti demagogici poco produttivi, sia necessario riflettere seriamente per individuare valide linee guida per il governo del territorio e la massima protezione possibile dalle catastrofi. E’ vero che un terremoto non può essere previsto con assoluta certezza ma è anche vero che terremoti della stessa entità di quello in corso in questi giorni, in altre aree del pianeta fanno registrare un numero di morti molto esiguo e danni limitati. In un paese cosi esposto a eventi sismici, è inconcepibile che non si sia ancora pensato di estendere a tutte le nuove costruzioni, l’obbligo di adottare criteri costruttivi capaci di contenere l’impatto e i danni dei terremoti futuri che inevitabilmente accadranno. E’ inconcepibile che in nessuna città si pratichi la ristrutturazione ordinaria degli edifici antichi e il consolidamento dei monumenti dimenticando che qualunque edificio realizzato dall’uomo non può essere eterno, prima o poi subirà lesioni, cedimenti, crolli che produrranno danni per le vite umane e l’ambiente. La maggior parte dei Comuni non ha, nelle proprie commissioni edilizie, la figura del geologo e dell’esperto in sismi per garantire la massima sicurezza possibile almeno nelle nuove costruzioni e un’intelligente politica di recupero e consolidamento degli edifici vecchi. Occorre pensarci e agire di conseguenza. Sono necessari provvedimenti governativi che individuino concrete linee guida che vadano di là dell’emergenza. C’è poi da tenere sotto osservazione il meccanismo della raccolta dei fondi per i terremotati. La generosità della gente è sempre considerevole e di questo dobbiamo andare fieri. Ma è anche vero che troppe volte abbiamo assistito al fenomeno dei finanziamenti raccolti utilizzati con grave ritardo e in modo non sempre appropriato a causa dei meccanismi della burocrazia che si trova a dover gestire tale operazione di distribuzione degli aiuti finanziari. Anche in questo caso è necessario imparare dagli errori del passato. Le catastrofi naturali sono un qualcosa di relativamente imprevedibile, una fatalità con la quale convivere, ma sono anche fenomeni da controllare e, per quanto possibile, gestire in condizioni di massima sicurezza. La prevenzione dei rischi, un’attenta politica delle costruzioni di opere e infrastruttura, una politica di governo dei fenomeni naturali che interessano il territorio, sono quindi assolutamente indispensabili e prioritarie.
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(Da Il Fatto quotidiano) Norcia esempio virtuoso, senza morti né feriti grazie alla “buona ricostruzione”
Il caso del comune umbro: senza vittime, nonostante sia a soli 17 km in linea d’aria dall’epicentro del sisma che ha provocato devastazioni tra le Marche e il Lazio. Qui le case sono state ricostruite, rispettando le disposizioni antisismiche, dopo i terremoti del 1979 e 1997. Il sismologo Boschi: “In Italia si costruisce con criteri antisismici solo dopo un terremoto grave”
di F. Q. | 24 agosto 2016
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“(…) una realistica classificazione sismica del territorio nazionale, una pianificazione urbanistica una progettazione che segua i criteri antisismici non basta. Ma una delle condizioni fondamentali per la sicurezza del territorio è anche una “cultura diffusa” della prevenzione sismica, dal mondo politico ed istituzionale ai bambini delle scuole primarie”
Comunicato del Consiglio Nazionale dei Geologi
Tortorici: “In Italia in media un sisma di magnitudo superiore ai 6.3 ogni 15 anni”
“Sul nostro Pianeta, si verificano, in media, ogni anno, almeno un paio di terremoti distruttivi ed in Italia un sisma di magnitudo superiore a 6.3. ogni 15 anni in media. Ciò dovrebbe spingere ad una maggiore cultura della prevenzione sismica e della protezione civile”. Lo ha dichiarato Fabio Tortorici, Presidente della Fondazione Centro Studi del Consiglio Nazionale dei Geologi, commentando quanto sta accadendo in queste ore in Italia.
“È necessario un continuo aggiornamento delle mappe di pericolosità sismica del territorio nazionale – ha proseguito Tortorici – e per far ciò sarebbe indispensabile la presenza dei geologi in ogni comune, con una loro distribuzione accurata sul territorio e non lacunosa come allo stato attuale.
Gli studi di microzonazione sismica, cioè di suddivisione di un dato territorio in zone omogenee sotto il profilo della risposta a un terremoto di riferimento atteso, tenendo conto delle interazioni tra onde sismiche e condizioni geologiche, topografiche e geotecniche locali, hanno dato i loro risultati; infatti, i fabbricati realizzati dopo l’entrata in vigore delle nuove Norme Tecniche sulle Costruzioni (NTC) del 2008, hanno meglio resistito alla scossa di questa notte.
La microzonazione sismica ha una importante dimensione “sociale”, perché la conoscenza delle risposte dei vari siti è una condizione imprescindibile per prendere decisioni di governo del territorio. I risultati sono di grande utilità nella: pianificazione territoriale e urbanistica (per orientare la scelta di nuovi insediamenti e infrastrutture, per definire le priorità degli interventi sull’esistente); questo tipo di studi sono il futuro della geologia sismica e della prevenzione dai terremoti.
Ma una realistica classificazione sismica del territorio nazionale, una pianificazione urbanistica una progettazione che segua i criteri antisismici non basta. Ma una delle condizioni fondamentali per la sicurezza del territorio è anche una “cultura diffusa” della prevenzione sismica, dal mondo politico ed istituzionale ai bambini delle scuole primarie”.
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Citta’ di Amatrice- Lazio-Italy
Dal sito fb Fan di Philippe Daverio
<< Amatrice è la città delle cento chiese, tanti sono i luoghi di culto presenti sul territorio del comune reatino. Dal 2015 è entrata a far parte del Club "I borghi più belli d'Italia per il suo patrimonio storico architettonico che comprende monumenti romani, barocchi e rinascimentali, tra cui vanno ricordate: la Torre civica risalente al XIII secolo e le torri campanarie risalenti al quattrocento della chiesa Sant'Emidio e della chiesa di Sant'Agostino, la chiesa di San Francesco della seconda metà del Trecento con un portale gotico di marmo e contenente nell'abside affreschi del XV secolo, e quella di Santa Maria di Porta Ferrata. Amatrice deve la sua gloria gastronomica ad una tradizione antica; elemento fondante della sua scuola erano e sono le qualità degli ingredienti primari: la carne di primissimo livello, grazie ai pascoli abbondanti dei Monti della Laga, i formaggi conseguenti >> (Nella foto: particolare dell’affresco della Madonna in trono con bambino benedicente)
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Emergenza sisma
Terremoto, come un film già visto
La sedia
di Vanni Tola
La cronaca del terremoto, l’ennesimo in quelle aree, non ha bisogno di altri commenti. Prontamente i media ci hanno informato nel merito. E’ chiara in noi la gravità dell’accaduto, cresce il numero dei morti e dei feriti, aumenta vertiginosamente il numero dei senza tetto. Si muovono la macchina dei soccorsi e della protezione civile e il volontariato. Negli ospedali si registrano code per donare il sangue e la raccolta di aiuti e di denaro è attivata. Non è il momento delle polemiche e delle analisi ma quello della lotta per salvare vite, soccorrere i feriti e dare ospitalità e sostegno a chi non ha più un alloggio. Resta comunque netta la sensazione di rivedere un film già visto, qualcosa che abbiamo già vissuto in altre circostanze, in altre aree geografiche e con gli stessi drammatici problemi. Diventa quindi inevitabile cominciare a riflettere su alcune questioni fondamentali da approfondire ulteriormente quando la prima emergenza sarà superata. L’Italia è un paese con un alto tasso di pericolo sismico, un paese con vaste aree del territorio fortemente degradate e suscettibili di favorire catastrofi naturali di dimensioni considerevoli, si pensi alle frane e agli smottamenti diffusi. E’ evidente quindi che, pur evitando sterili polemiche e atteggiamenti demagogici poco produttivi, sia necessario riflettere seriamente per individuare valide linee guida per il governo del territorio e la massima protezione possibile dalle catastrofi. E’ vero che un terremoto non può essere previsto con assoluta certezza ma è anche vero che terremoti della stessa entità di quello in corso in questi giorni, in altre aree del pianeta fanno registrare un numero di morti molto esiguo e danni limitati. In un paese cosi esposto a eventi sismici, è inconcepibile che non si sia ancora pensato di estendere a tutte le nuove costruzioni, l’obbligo di adottare criteri costruttivi capaci di contenere l’impatto e i danni dei terremoti futuri che inevitabilmente accadranno. E’ inconcepibile che in nessuna città si pratichi la ristrutturazione ordinaria degli edifici antichi e il consolidamento dei monumenti dimenticando che qualunque edificio realizzato dall’uomo non può essere eterno, prima o poi subirà lesioni, cedimenti, crolli che produrranno danni per le vite umane e l’ambiente. La maggior parte dei Comuni non ha, nelle proprie commissioni edilizie, la figura del geologo e dell’esperto in sismi per garantire la massima sicurezza possibile almeno nelle nuove costruzioni e un’intelligente politica di recupero e consolidamento degli edifici vecchi. Occorre pensarci e agire di conseguenza. Sono necessari provvedimenti governativi che individuino concrete linee guida che vadano di là dell’emergenza. C’è poi da tenere sotto osservazione il meccanismo della raccolta dei fondi per i terremotati. La generosità della gente è sempre considerevole e di questo dobbiamo andare fieri. Ma è anche vero che troppe volte abbiamo assistito al fenomeno dei finanziamenti raccolti utilizzati con grave ritardo e in modo non sempre appropriato a causa dei meccanismi della burocrazia che si trova a dover gestire tale operazione di distribuzione degli aiuti finanziari. Anche in questo caso è necessario imparare dagli errori del passato. Le catastrofi naturali sono un qualcosa di relativamente imprevedibile, una fatalità con la quale convivere, ma sono anche fenomeni da controllare e, per quanto possibile, gestire in condizioni di massima sicurezza. La prevenzione dei rischi, un’attenta politica delle costruzioni di opere e infrastruttura, una politica di governo dei fenomeni naturali che interessano il territorio, sono quindi assolutamente indispensabili e prioritarie.
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(Da Il Fatto quotidiano) Norcia esempio virtuoso, senza morti né feriti grazie alla “buona ricostruzione”
Il caso del comune umbro: senza vittime, nonostante sia a soli 17 km in linea d’aria dall’epicentro del sisma che ha provocato devastazioni tra le Marche e il Lazio. Qui le case sono state ricostruite, rispettando le disposizioni antisismiche, dopo i terremoti del 1979 e 1997. Il sismologo Boschi: “In Italia si costruisce con criteri antisismici solo dopo un terremoto grave”
di F. Q. | 24 agosto 2016
RIFLESSIONI. Il fallimento delle città per colpa del neoliberismo
Il neoliberismo ha ucciso le città
Riprendiamo da Micro Mega la prefazione di Paolo Maddalena al nuovo saggio dell’urbanista Paolo Berdini, “Le città fallite. I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano”, in libreria edito da Donzelli.
di Paolo Maddalena
Il libro di Paolo Berdini, dall’illuminante titolo “Le città fallite”, copre un vuoto nella pur ampia letteratura sugli scempi edilizi: esso enumera con lodevole completezza la serie dei fatti eclatanti che hanno distrutto i territori urbani, ponendo in evidenza come questa distruzione territoriale e ambientale sia andata di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica. Da vero, grande urbanista quale è, l’Autore esprime quasi un grido di dolore, che sembra materialmente emergere da queste accattivanti pagine, e che si trasmette automaticamente al lettore, rendendolo spiritualmente vicino al pensiero di chi scrive.
L’attrattiva di questo libro, in effetti, sta proprio nello svelare le cause e i retroscena dell’immane devastazione delle nostre città, che mantiene il lettore in una specie di suspense, nell’attesa di conoscere chi o cosa c’è dietro questa dannosissima sciagura.
Non è nostro intento far venir meno la «tensione» del lettore e ci asterremo, pertanto, dall’illustrazione dei singoli accadimenti, limitandoci a porre in evidenza soltanto l’importanza delle regole urbanistiche, del loro grande valore di civiltà e della loro importanza giuridico-costituzionale.
Il libro si apre con un’illustrazione della «città pubblica», della città che è «servente» al bisogno umano di incontrarsi e di vivere in comunità. È in fondo la città che ci hanno donato, sulle orme di tessuti urbani pre-esistenti, i governanti liberali dei primi anni dell’unità d’Italia. Dal punto di vista più strettamente giuridico, viene posta in evidenza l’importanza, si direbbe strategica, di aver individuato la categoria degli «standard edilizi», di cui parla il decreto ministeriale 1444 del 1968, secondo il quale ogni cittadino ha il diritto ad avere a disposizione una superficie minima di territorio su cui realizzare i servizi di cittadinanza: l’istruzione, il verde, i servizi alla persona.
Insomma, emerge chiaramente che funzione propria dell’urbanistica è quella di garantire i diritti dell’uomo, e, con questi, il decoro e la bellezza delle nostre città. A tal proposito, si citano gli esempi della famiglia Crespi, che aveva una fabbrica di tessuti e che ebbe cura di creare un ambiente comunitario e sereno per i lavoratori. Ma si cita anche La Pira, sindaco di Firenze, che, negli anni cinquanta, requisì le abitazioni abbandonate per darle ai senzatetto, e infine l’esempio di Adriano Olivetti, che a Ivrea tanto si dedicò per la creazione di un vero modo comunitario di vivere.
Le noti dolenti cominciano con l’avvento del pensiero unico del «neoliberismo economico», divenuto soffocante nell’ultimo ventennio. Questo modo di vedere, così contrario alla scienza urbanistica, uccide la «città pubblica» e la fa diventare un puro «conto economico». La nostra tradizionale città è stretta in una tenaglia: da un lato la pressione della finanza speculativa, spesso in accordo con le istituzioni, dall’altro la mancanza di risorse per garantire il funzionamento della città stessa. Si impone una logica di rapina che distrugge le conquiste sociali, favorisce i grandi centri commerciali, porta al fallimento, specie tramite le cosiddette «liberalizzazioni», le piccole imprese, che sono state sempre il nerbo della nostra economia.
In sostanza, si prepara l’avvento della fase di Tangentopoli. Comincia Craxi con il primo condono edilizio del 1985, cui seguiranno i due condoni del governo Berlusconi, e inizia subito la stagione delle «deroghe urbanistiche», delle quali parla la legge n. 79 del 1992. Ma soprattutto si afferma il principio dell’«urbanistica contrattata», alla quale seguono le ulteriori «deroghe» della legge Tognoli per la costruzione dei parcheggi nei centri storici e l’invenzione dei «Consorzi di imprese», che si dividono gli appalti delle grandi opere pubbliche.
Un grave colpo all’urbanistica è dato da Bassanini, il quale non inserisce nel Codice degli appalti del 2001 un emendamento per mantenere il vincolo, posto dalla legge Bucalossi n. 10 del 1977, di destinazione degli oneri urbanistici per la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria: da allora essi possono essere utilizzati anche per le spese correnti. In tal modo speculatori e amministratori comunali si trovano sullo stesso piano di interessi. Entrambi convergono sulla convenienza di distruggere il territorio per ottenere danaro. L’accordo fra costruttori e amministratori diventa una regola.
Sempre nello stesso anno un altro duro colpo è inferto con la «Legge obiettivo», che Berlusconi illustra su una lavagna in una famosa apparizione televisiva. Basta dire che questa legge, con uno stanziamento di 110 miliardi in tre anni, prevede il «ponte sullo Stretto di Messina», cioè una vera ecatombe ambientale.
Tuttavia, è la «rendita fondiaria», cioè l’urbanizzazione dei terreni agricoli, che aguzza l’ingegno degli speculatori, e Berlusconi va loro incontro con il «Piano casa», che fa nascere una gara tra le Regioni per concedere ai costruttori il massimo di guadagni possibili, soprattutto in termini di cambio di destinazione d’uso e di aumento delle cubature. Quello della rendita fondiaria è un problema gravissimo del quale si era occupato nel 1962 Fiorentino Sullo, proponendo che i Comuni dovessero prima acquistare i terreni agricoli e poi urbanizzarli, facendo in modo che l’enorme aumento di valore del terreno trasformato da agricolo a edificabile restasse al pubblico e non divenisse un regalo per gli speculatori edilizi. Ma la politica, in accordo con gli speculatori, non ha mai fatto passare questo intelligente progetto.
Si deve aggiungere che questo sistema ha avuto un largo consenso tra la gente, poiché alla rendita fondiaria donata ai costruttori, nella fase ascendente della nostra economia, si è aggiunto l’aumento di valore degli immobili, che giova fortemente ai proprietari di abitazioni. Sicché tre grandi forze, per motivi diversi, si sono aiutate l’un l’altra nella distruzione dei terreni agricoli: gli speculatori edilizi, gli amministratori pubblici e i cittadini.
Sennonché la crisi economica e la conseguente diminuzione di valore degli appartamenti, che nelle periferie ha raggiunto il 40%, ha lasciato il danaro ai costruttori e ai cittadini la «beffa». Chi ha contratto un mutuo per pagare l’acquisto dell’alloggio oggi paga un prezzo di gran lunga superiore al valore del bene acquistato.
Anche per questo motivo si assiste oggi a un cambio delle forze sociali e politiche in campo: da un lato c’è la popolazione che si è schierata fortemente contro la politica, dall’altro ci sono i politici in perfetto accordo con l’alta finanza e i costruttori di case.
Il governo Monti segue in pieno «le prescrizioni» dell’alta finanza che ha occupato le istituzioni economiche europee. Egli ripristina l’imposta sulla casa senza prevedere alcuna esenzione; continua il finanziamento delle «grandi opere» (i 110 miliardi in tre anni sono sempre iscritti in bilancio), riduce gravemente le spese per la sanità, la giustizia, la rete dei servizi pubblici.
Anche Letta, con il suo breve «governo del fare», aiuta la speculazione immobiliare con la «Quadrilatero Spa», che dovrebbe unire, per ora inutilmente, l’Umbria e le Marche. La «trovata» è che la garanzia per i crediti sarebbe venuta dalle «aree di cattura di valore», cioè dall’aumento di valore dei terreni lambiti dalla costruzione dell’autostrada. È stato un fallimento e sono stati posti sulle spalle degli italiani altri 270 milioni di euro. Poco dopo, il ministro Franceschini (governo Renzi) ha accettato l’emendamento dell’onorevole del Pd, Maria Coscia, istituendo i «Comitati di garanzia per la revisione dei pareri paesaggistici». È la fine della tutela paesaggistica.
E, come se tutto questo non bastasse, c’è lo Sblocca Italia di Renzi, che fa prevalere l’interesse alla costruzione delle «grandi opere» sulla tutela del paesaggio, dei beni artistici e storici, della salute e dell’incolumità pubblica. Mentre il ministro Lupi, con la sua proposta di modifica della materia urbanistica, mette sullo stesso piano pubblico e privato e propone l’indennizzo della «conformazione» della proprietà privata e l’abrogazione del citato d.m. n. 1444 del 1968 relativo agli standard edilizi.
L’urbanistica è, dunque, del tutto distrutta.
Dobbiamo ricominciare daccapo. E questa volta l’iniziativa deve venire dal basso, dalle associazioni, dai comitati e dai comitatini, come ironicamente dice il nostro presidente del Consiglio. Si tratta di applicare il principio di «partecipazione popolare», previsto, anche come «diritto di resistenza», dalla nostra Costituzione, e in particolare dall’art. 118, secondo il quale i cittadini, singoli o associati, possono svolgere attività di interesse generale, secondo il principio di sussidiarietà.
In sostanza, occorre ottenere un «capovolgimento» dell’immaginario collettivo, e far capire che la Costituzione protegge soprattutto «l’utilità pubblica» (art. 41) e riconosce e garantisce la «proprietà privata» solo se essa persegue la «funzione sociale» (art. 42). È ora, in altri termini, che la «rivoluzione promessa» di cui parlava Calamandrei sia finalmente attuata.
Molti intellettuali sono all’opera: Antonio Perrotti, Vezio De Lucia, Francesco Erbani, Salvatore Settis, Tomaso Montanari e tanti altri.
La speranza si fonda sull’azione delle associazioni e dei comitati, che di fronte allo spreco del nostro territorio devono agire e unirsi in una lotta senza quartiere, da svolgere sul piano della legalità costituzionale e, specificamente, sotto l’egida di quella che è stata denominata «l’etica costituzionale», e cioè i principi di libertà, eguaglianza e solidarietà.
(5 febbraio 2015)
Le elezioni sono finite e i problemi “naturalmente” si aggravano. L’interrogativo è sempre comunque: che fare? Ci servono ora riflessioni e proposte non addomesticate. Perciò non si spenga il dibattito, soprattutto quello più critico, a cui bisogna garantire fiato e spazi. A questo serviamo.
Zedda: vittoria con quale progetto?
di Ottavio Olita su il manifesto sardo
(…) Mai come in questo momento abbiamo bisogno di un’azione politica che partendo dai quartieri e dalle aggregazioni di base faccia ripartire la partecipazione, la discussione, il confronto. L’errore è stato, ancora una volta, attendere l’appuntamento della consultazione elettorale.
Quanto di quel 38 per cento che, a Cagliari, stanco, demotivato, amareggiato, deluso, ha scelto di non andare a votare potrebbe tornare a partecipare alla vita pubblica se coinvolto? E non basta certo darsi da fare solo nelle settimane a ridosso delle elezioni. Ai vincitori le astensioni servono e come. Gli astenuti hanno bisogno di capire che il loro silenzio è autodistruttivo.
Faremo lo stesso errore anche con l’appuntamento referendario? Lì la partita è molto più pericolosa. C’è in gioco la qualità della democrazia. I comitati per il “No”, già operativi, devono incrementare la propria azione per scuotere tanti cittadini dall’apatia e dal disamore per la politica. Lì non si vince o si perde per un colore, un partito o una coalizione. Lì si definisce il futuro del Paese.
In questi ultimi anni abbiamo visto cosa succede affidandoci all’ ‘uomo solo al comando’. Bisogna impedire che questo schema, approvato da un Parlamento illegale perché eletto sulla base di una legge giudicata incostituzionale, venga istituzionalizzato dal voto popolare.
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Zedda ha vinto la sua sfida: i cittadini sono sempre sovrani
di Pierluigi Marotto su blogmar8
(…) La coalizione che sosteneva il progetto di Cagliari Città Capitale e la candidatura di Enrico Lobina a Sindaco non raggiunge il quorum, pertanto è da annoverare tra coloro che perdono perdono. L’idea di aprire una fase nuova, a partire da Cagliari, è certamente stata veicolata molto di più attraverso i candidati e le candidate di associazioni e movimenti che sostenevano il progetto (i numeri confermano), che non dai due partiti ufficiali presenti in coalizione (ProgReS e Verdi). La sconfitta nulla toglie ai contenuti di una battaglia politica e culturale (…) per aprire una fase nuova che rimane tutta in piedi e da giocare e che ha ora come seconda tappa il Referendum sulla Riforma della Costituzione e poi la scadenza delle elezioni Regionali del 2019, o forse anche prima in concomitanza delle politiche del 2018 (…).
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Zedda riconquista Cagliari: circo senza pane
di Andria Pili, su Contropiano – giornale comunista online
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La Manifattura promessa
Ecco la delibera. Più avanti daremo conto del dibattito in corso…
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DELIBERAZIONE N. 19/2 DEL 8.4.2016
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Oggetto: Manifattura Tabacchi di Cagliari. Indirizzi per l’avvio della gestione.
Il Presidente ricorda che la Regione è pienamente impegnata nella Programmazione comunitaria 2014-2020, al fine di attuare le priorità definite dalla Commissione Europea con la strategia “Europa 2020”, il cui scopo è promuovere una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva. Questi principi sono declinati a partire dal Programma Regionale di Sviluppo 2014-2019, con la Strategia 2 – Creare opportunità di lavoro favorendo la competitività delle imprese, attuata nell’ambito della Programmazione Unitaria 2014-2020. L’obiettivo è quello di garantire un approccio strategico e unitario sul territorio regionale, sia in ordine alle azioni, per ottimizzare gli impatti ed evitare sovrapposizioni e duplicazioni, sia per quanto concerne la necessaria concentrazione delle risorse derivanti da fonte comunitaria, nazionale e regionale.
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LA SARDEGNA CHE VOGLIAMO. QUALE SVILUPPO PER LA SARDEGNA?
Confederazione Sindacale Sarda
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DOCUMENTO DELLA SEGRETERIA GENERALE A CONCLUSIONE DELLA GIORNATA DI MOBILITAZIONE POPOLARE DEL 29 FEBBRAIO 2016
Via Roma, 72 – 09123 Cagliari
Tel. 070.650379 – Fax 070.2337182 www.confederazionesindacalesarda.it css.sindacatosardo@tiscali.it
SINDACADU DE SA NATZIONE SARDA – SINDACATO DELLA NAZIONE SARDA
LA SARDEGNA CHE VOGLIAMO
QUALE SVILUPPO PER LA SARDEGNA?
La CSS ha fortemente voluto lunedì 29 febbraio 2016 la GIORNATA DI RISCOSSA per il lavoro vero, quello che Papa Francesco, parlando ai lavoratori nella sua visita a Cagliari del 22 settembre 2013, ha più volte affermato nel testo scritto, consegnato all’Arcivescovo di Cagliari Mons. Arrigo Miglio col mandato di diffonderlo: “Ho detto lavoro “dignitoso”, e lo sottolineo, perché purtroppo, specialmente quando c’è crisi e il bisogno è forte, aumenta il lavoro disumano, il lavoro-schiavo, il lavoro senza la giusta sicurezza, oppure senza il rispetto del creato, o senza il rispetto del riposo, della festa e della famiglia…”.
GIORNATA DI RISCOSSA – per uno sviluppo eco-sostenibile
Già prima della promulgazione dell’Enciclica “Laudato sì” il 24 maggio 2015, lo stesso Papa Francesco a Cagliari aveva affermato: “Il lavoro dev’essere coniugato con la custodia del creato, perché questo venga preservato con responsabilità per le generazioni future. Il creato non è merce da sfruttare, ma dono da custodire. L’impegno ecologico stesso è occasione di nuova occupazione nei settori ad esso collegati, come l’energia, la prevenzione e l’abbattimento delle diverse forme di inquinamento, la vigilanza sugli incendi del patrimonio boschivo, e così via. Custodire il creato, custodire l’uomo con un lavoro dignitoso sia impegno di tutti. Ecologia…e anche ecologia umana”.
La Confederazione Sindacale Sarda ha chiamato a raccolta tutte le forze politiche, i Movimenti e i Comitati che in questi anni hanno organizzate lotte per l’ambiente pulito, contro i poligoni e le fabbriche di bombe, per il registro tumori ed opposizione al vecchio modello di sviluppo che -ormai fallimentare e morente – altre forze e poteri forti intendono rilanciare con soldi pubblici e inganni.
Per questo motivo la giornata ha visto nella mattinata una Manifestazione sotto l’androne del Palazzo del Consiglio Regionale in via Roma a Cagliari dove sono intervenuti i leader di tutti i Movimenti a commento del grande striscione di 6×3 metri che campeggiava davanti al porticato del Palazzo con la scritta:
“FABBRICHE DI BOMBE – CENTRALI A CARBONE – NON E’ LAVORO MALEDETTI E DELINQUENTI I TRAFFICANTI DI ARMI E CHI FA LE GUERRE”
Nel convegno serale, tenutosi nel salone della Ex-Distilleria/Città dell’Impresa a Pirri, i relatori dr. Massimo Dadea, dr. Vincenzo Migaleddu, Prof. Gianfranco Bottazzi e dr. Marco Meloni hanno svolto il Tema: “LA SARDEGNA CHE VOGLIAMO” e risposto alla domanda: “QUALE SVILUPPO PER LA SARDEGNA?”
La posizione della Confederazione Sindacale Sarda -CSS
LE TRE EMERGENZE – segue -