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Pace sulla Terra
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Messaggio del Santo Padre Francesco per la celebrazione della 54.ma Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2021).
La cultura della cura come percorso di pace
1. Alle soglie del nuovo anno, desidero porgere i miei più rispettosi saluti ai Capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leader spirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà. A tutti rivolgo i miei migliori auguri, affinché quest’anno possa far progredire l’umanità sulla via della fraternità, della giustizia e della pace fra le persone, le comunità, i popoli e gli Stati.
Il 2020 è stato segnato dalla grande crisi sanitaria del Covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi. Penso anzitutto a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro. Un ricordo speciale va ai medici, agli infermieri, ai farmacisti, ai ricercatori, ai volontari, ai cappellani e al personale di ospedali e centri sanitari, che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita. Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragili.[1]
Duole constatare che, accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione.
Questi e altri eventi, che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso, ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace. Cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente.
2. Dio Creatore, origine della vocazione umana alla cura
In molte tradizioni religiose, vi sono narrazioni che si riferiscono all’origine dell’uomo, al suo rapporto con il Creatore, con la natura e con i suoi simili. Nella Bibbia, il Libro della Genesi rivela, fin dal principio, l’importanza della cura o del custodire nel progetto di Dio per l’umanità, mettendo in luce il rapporto tra l’uomo (’adam) e la terra (’adamah) e tra i fratelli. Nel racconto biblico della creazione, Dio affida il giardino “piantato nell’Eden” (cfr Gen 2,8) alle mani di Adamo con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo” (cfr Gen 2,15). Ciò significa, da una parte, rendere la terra produttiva e, dall’altra, proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita.[2] I verbi “coltivare” e “custodire” descrivono il rapporto di Adamo con la sua casa-giardino e indicano pure la fiducia che Dio ripone in lui facendolo signore e custode dell’intera creazione.
La nascita di Caino e Abele genera una storia di fratelli, il rapporto tra i quali sarà interpretato – negativamente – da Caino in termini di tutela o custodia. Dopo aver ucciso suo fratello Abele, Caino risponde così alla domanda di Dio: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9).[3] Sì, certamente! Caino è il “custode” di suo fratello. «In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri».[4]
3. Dio Creatore, modello della cura
La Sacra Scrittura presenta Dio, oltre che come Creatore, come Colui che si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli. Lo stesso Caino, benché su di lui ricada la maledizione a motivo del crimine che ha compiuto, riceve in dono dal Creatore un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata (cfr Gen 4,15). Questo fatto, mentre conferma la dignità inviolabile della persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, manifesta anche il piano divino per preservare l’armonia della creazione, perché «la pace e la violenza non possono abitare nella stessa dimora».[5]
Proprio la cura del creato è alla base dell’istituzione dello Shabbat che, oltre a regolare il culto divino, mirava a ristabilire l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri (Gen 1,1-3; Lv 25,4). La celebrazione del Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati. In questo anno di grazia, ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita, così che non vi fosse alcun bisognoso nel popolo (cfr Dt 15,4).
Degna di nota è anche la tradizione profetica, dove il vertice della comprensione biblica della giustizia si manifesta nel modo in cui una comunità tratta i più deboli al proprio interno. È per questo che Amos (2,6-8; 8) e Isaia (58), in particolare, alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità e mancanza di potere, sono ascoltati solo da Dio, che si prende cura di loro (cfr Sal 34,7; 113,7-8).
4. La cura nel ministero di Gesù
La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità (Gv 3,16). Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Queste azioni messianiche, tipiche dei giubilei, costituiscono la testimonianza più eloquente della missione affidatagli dal Padre. Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore (cfr Gv 10,11-18; Ez 34,1-31); è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).
Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte. Così, con il dono della sua vita e il suo sacrificio, Egli ci ha aperto la via dell’amore e dice a ciascuno: “Seguimi. Anche tu fa’ così” (cfr Lc 10,37).
5. La cultura della cura nella vita dei seguaci di Gesù
Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi. E quando, in periodi successivi, la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune. Ambrogio sosteneva che «la natura ha riversato tutte le cose per gli uomini per uso comune. [...] Pertanto, la natura ha prodotto un diritto comune per tutti, ma l’avidità lo ha reso un diritto per pochi».[6] Superate le persecuzioni dei primi secoli, la Chiesa ha approfittato della libertà per ispirare la società e la sua cultura. «La miseria dei tempi suscitò nuove forze al servizio della charitas christiana. La storia ricorda numerose opere di beneficenza. […] Furono eretti numerosi istituti a sollievo dell’umanità sofferente: ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi, ecc.».[7]
6. I principi della dottrina sociale della Chiesa come base della cultura della cura
La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.
* La cura come promozione della dignità e dei diritti della persona.
«Il concetto di persona, nato e maturato nel cristianesimo, aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano. Perché persona dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento».[8] Ogni persona umana è un fine in sé stessa, mai semplicemente uno strumento da apprezzare solo per la sua utilità, ed è creata per vivere insieme nella famiglia, nella comunità, nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità. È da tale dignità che derivano i diritti umani, come pure i doveri, che richiamano ad esempio la responsabilità di accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro «prossimo, vicino o lontano nel tempo e nello spazio».[9]
* La cura del bene comune.
Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente».[10] Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme»[11], perché «nessuno si salva da solo»[12] e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione.[13]
* La cura mediante la solidarietà.
La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti».[14] La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.
* La cura e la salvaguardia del creato.
L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani».[15] «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo».[16]
7. La bussola per una rotta comune
In un tempo dominato dalla cultura dello scarto, di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse,[17] vorrei dunque invitare i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative a prendere in mano questa “bussola” dei principi sopra ricordati, per imprimere una rotta comune al processo di globalizzazione, «una rotta veramente umana».[18] Questa, infatti, consentirebbe di apprezzare il valore e la dignità di ogni persona, di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti. Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale.
La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa anche per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili.[19]
Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione. Purtroppo molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza. Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali.
Le cause di conflitto sono tante, ma il risultato è sempre lo stesso: distruzione e crisi umanitaria. Dobbiamo fermarci e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore e cambiare la nostra mentalità per cercare veramente la pace nella solidarietà e nella fraternità?
Quanta dispersione di risorse vi è per le armi, in particolare per quelle nucleari,[20] risorse che potrebbero essere utilizzate per priorità più significative per garantire la sicurezza delle persone, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari. Anche questo, d’altronde, è messo in luce da problemi globali come l’attuale pandemia da Covid-19 e dai cambiamenti climatici. Che decisione coraggiosa sarebbe quella di «costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un “Fondo mondiale” per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri»![21]
8. Per educare alla cultura della cura
La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi.
- L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Tuttavia, la famiglia ha bisogno di essere posta nelle condizioni per poter adempiere questo compito vitale e indispensabile.
- Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale.[22] Essi sono chiamati a veicolare un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano. L’educazione costituisce uno dei pilastri di società più giuste e solidali.
- Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili. Ricordo, a tale proposito, le parole del Papa Paolo VI rivolte al Parlamento ugandese nel 1969: «Non temete la Chiesa; essa vi onora, vi educa cittadini onesti e leali, non fomenta rivalità e divisioni, cerca di promuovere la sana libertà, la giustizia sociale, la pace; se essa ha qualche preferenza, questa è per i poveri, per l’educazione dei piccoli e del popolo, per la cura dei sofferenti e dei derelitti».[23]
- A quanti sono impegnati al servizio delle popolazioni, nelle organizzazioni internazionali, governative e non governative, aventi una missione educativa, e a tutti coloro che, a vario titolo, operano nel campo dell’educazione e della ricerca, rinnovo il mio incoraggiamento, affinché si possa giungere al traguardo di un’educazione «più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione».[24] Mi auguro che questo invito, rivolto nell’ambito del Patto educativo globale, possa trovare ampia e variegata adesione.
9. Non c’è pace senza la cultura della cura
La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace. «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia».[25]
In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo,[26] ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri».[27]
Dal Vaticano, 8 dicembre 2020
FRANCESCO
Il messaggio di Papa Francesco
Per Gianfranco
Antonio Sassu ricorda Gianfranco Sabattini economista
di Antonio Sassu
Gianfranco Sabattini era nato a Comacchio, non in Sardegna, ma si sentiva profondamente sardo.
Una volta laureato a Cagliari in Economia e Commercio diventò in breve tempo assistente alla cattedra di Politica Economica e Finanziaria col professore Esposito De Falco. Qui a Cagliari svolse la sua attività didattica e di ricerca, partecipando attivamente alla vita della città e al dibattito culturale anche sulla stampa quotidiana.
Aveva molto a cuore la Facoltà, il suo funzionamento, le sue risorse che dovevano essere acquisite ex novo, in quanto la Facoltà era stata costituita da poco. Sulla base dei modelli di alcune Università italiane riorganizzò i servizi, in particolare la biblioteca e a tal fine si fece nominare direttore del personale, incarico inesistente sulla carta, così da giustificare di fronte ai dipendenti le sue disposizioni, mettere ordine e costituire le premesse per il buon funzionamento dell’organizzazione della Facoltà stessa.
Ma il suo interesse principale era la ricerca. Gran parte delle sue pubblicazioni sono relative all’economia, alla sociologia e alla storia sulla Sardegna di cui era grande conoscitore. Gli argomenti trattati sono vari, tutti molti rilevanti, mai banali anche quando non c’è stata grande originalità. Sempre alla ricerca di uno sviluppo isolano stabile e continuo, recentemente si era dedicato con passione ad elaborare gli spunti di una nuova politica economica dopo aver assistito alle forti delusioni delle precedenti strategie a cui la classe nostrana ci aveva esposto. La Sardegna, diceva sempre, ha competenze valoriali, professionali e intellettuali in grado di garantire uno sviluppo sociale e civile al pari di altre regioni se sono supportate bene dalle istituzioni.
Lo Statuto regionale del 1948 ha attribuito alla Sardegna una democrazia formale, non sostanziale. Non vi è stata una integrazione sociale ed economica a livello internazionale, con le altre regioni italiane, e neppure all’interno dello stesso territorio regionale, anche per via del centralismo del governo. Una democrazia allargata in cui i cittadini fossero coinvolti nella partecipazione alle scelte nazionali e regionali dal basso assicurerebbe un governo effettivo e una maggiore responsabilità. Oggi, il principio di sussidiarietà, previsto a livello italiano ed europeo, dovrebbe pretenderlo. Perseguire una politica di integrazione sociale ed economica senza una definizione di questo principio, quindi, è impensabile.
Già l’economista Acemoglu e lo scienziato politico Robinson hanno studiato con grande successo, non solo mediatico, i temi relativi alle istituzioni e allo sviluppo economico. Essi si pongono una domanda cruciale: perché alcune nazioni falliscono e altre, invece, diventano sempre più ricche?
La risposta la trovano nella qualità e nel valore delle istituzioni che i paesi si danno. Ci sono paesi che elaborano e applicano istituzioni inclusive, in cui tutti partecipano alla produzione e alla distribuzione della ricchezza, e paesi che predispongono e attuano istituzioni estrattive, cioè, “estraggono” il beneficio della ricchezza a vantaggio di pochi, senza che di esso ne goda la popolazione che rimane ai margini della società. Nel caso di istituzioni estrattive il beneficio, cioè, il reddito che viene ricavato dalle attività del paese, è ripartito in modo iniquo fra due gruppi sociali: molto del beneficio va ad una parte minoritaria della popolazione, e poco del beneficio agli altri membri della società. Siccome il reddito viene consumato e sperperato nel primo caso, e utilizzato per la sopravvivenza nel secondo caso, manca l’accumulazione del capitale, quindi, le nazioni non progrediscono e decadono.
Bisogna distinguere istituzioni economiche e istituzioni politiche. Queste ultime, facendo leva sui pubblici poteri, possono assicurare per tutti l’esistenza dei diritti che le istituzioni economiche garantiscono, nei casi concreti e secondo le dovute modalità. Esiste un circolo virtuoso fra le istituzioni economiche e politiche, così, allo stesso modo esiste un circolo vizioso fra le istituzioni, o fra le istituzioni economiche e alcuni gruppi sociali, che potrebbero far leva sulle istituzioni politiche a diversi livelli.
La caratteristica più importante delle società inclusive è che queste sono dinamiche, culturalmente vivaci e imprenditorialmente attive, hanno l’obiettivo della innovazione e della concorrenza e, pertanto, conseguono normalmente una continua crescita.
Nelle società “estrattive”, invece, la gran parte della popolazione, non avendo alcun interesse a far crescere solo una parte piccola della società, non avendo alcun beneficio dalla concorrenza, dalla innovazione, dai servizi e spesso dalla scelta del lavoro o dei diritti fondamentali, sarà meno propensa a fare ulteriori sacrifici per risparmiare e per far crescere la nazione. Le società estrattive, pertanto, prima o poi saranno destinate al declino e al fallimento.
Sabattini sostiene che la nostra società regionale è essenzialmente estrattiva, soprattutto a causa dei governi che abbiamo avuto e che alla Sardegna non hanno concesso nulla, quindi è necessario porre mano ad una revisione dello Statuto. Secondo Sabattini una revisione del testo della Carta Costituzionale che potrebbe venire incontro alle esigenze dei nostri territori, in particolare di quelli dell’interno, potrebbe essere quella che prevede un federalismo. A questo fine si è spesso battuto per una modifica del rapporto con lo Stato e dello Statuto regionale.
Ma non basta. Il principio di sussidiarietà richiede anche la partecipazione dei cittadini alla scelta e alla distribuzione delle risorse. Esistono grandi disparità all’interno della regione e certamente i comuni e le autonomie locali non partecipano alla ripartizione della ricchezza secondo criteri più equitativi.
L’obiettivo della politica economica regionale dovrebbe essere quello di superare la parzialità che l’ha sempre caratterizzata: cioè, superare la staticità delle condizioni economiche dei territori, “attraverso la mobilitazione di tutte le risorse materiali e personali in essi presenti” . Si tratta di considerazioni che vanno ben al di là delle semplici riforme burocratiche e anche una maggiore maturità di tutti. In Sardegna sono le istituzioni estrattive che prevalgono e che si impongono. Sarebbe necessario ripensare ad un nuovo modello di governance per evitare lo spopolamento e la povertà delle popolazioni.
Il motivo per cui lo sviluppo locale continuerà a non avere l’attenzione che meriterebbe è che la classe politica locale continuerebbe a praticare una politica economica che le permette di “estrarre” il maggior beneficio elettorale e non di migliorare le condizioni di vita, di lasciare in continuazione le cose come stanno.
Migliorare la vita civile e sociale della Sardegna era il più grande desiderio di Gianfranco Sabattini, non solo una richiesta di politica economica, tanto meno, solo per dire.
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Articolo pubblicato in contemporanea su Democraziaoggi, il manifesto sardo, Aladinpensiero: le tre testate online di cui Gianfranco Sabattini è stato negli ultimi anni prestigioso e infaticabile editorialista.
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- Su Democraziaoggi.
- Su il manifesto sardo.
Enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti
CAPITOLO TERZO
PENSARE E GENERARE UN MONDO APERTO
[segue]
Luci di carità in tempi di pandemia
Lunedì 21 dicembre, puntuale ed efficiente come sempre, la Caritas della Diocesi di Cagliari ha presentato il X Dossier 2020 “Luci di carità in tempi di pandemia”. Il volume è stato presentato da don Marco Lai, direttore Caritas, Franco Manca, economista, mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari. Contiamo nel corso delle prossime settimane di pubblicare alcuni contributi presenti nel
libro, in versioni integrali o riassuntive. Per praticità, già disponendo della versione digitale, iniziamo con il contributo del direttore di Aladinpensiero.
Fratelli tutti e Laudato si’: strumenti per la costruzione di un mondo migliore.
Riflessioni su alcune tematiche “laiche” così come trattate dalle due encicliche: IL LAVORO, POLITICA ed ECONOMIA, BENI COMUNI e PROPRIETA’ PRIVATA*
di Franco Meloni
PREMESSA
L’enciclica “Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale” ci fa sentire partecipi della grande famiglia umana, abitanti della Terra, casa comune, che Papa Francesco ha ben descritto nella precedente enciclica Laudato si’. I due documenti si integrano e si completano, fornendoci strumenti per la costruzione di un mondo migliore. Ma non cerchiamo in essi ricette preconfezionate: le scelte in definitiva competono a noi, come singoli, come membri di aggregazioni comunitarie, e, per quanti lo sono, come rappresentanti istituzionali.
Veniamo al tema, la fraternità: è un valore assoluto, di cui disponiamo tutti, almeno in teoria, senza averla in nessun modo conquistata e meritata. Per i credenti “la nostra volontà non c’entra: siamo fratelli non perché lo vogliamo, ma perché siamo figli di Dio che è, di tutti noi, padre” (1). Anche i non credenti, almeno molti tra loro, pur senza coinvolgere Dio, ci credono! (2) Tanto è che la fraternità costituisce il terzo grande valore della triade della Rivoluzione francese «Libertà, uguaglianza e fraternità», bandiera del pensiero laico (3).
Se siamo fratelli e sorelle, come siamo, spetta a ciascuno di noi comportarci di conseguenza, per godere effettivamente di questo status naturale. Ma il mondo non va esattamente in tale giusta direzione. A moltissime persone su questa Terra non è riconosciuto il diritto alla fraternità. Un virtuoso programma mondiale dovrebbe tendere a renderlo effettivo, rimuovendo tutte le cause che lo impediscono.
E, invece… Addirittura nel tempo, soprattutto nel nostro tempo, la fraternità è stata quasi dimenticata. Perché? “Forse la causa sarà stata una confusione – errata confusione – tra fraternità e uguaglianza sociale. E dunque, fallite le forme di realizzazione storicamente date di tale uguaglianza (fallito cioè il cosiddetto socialismo reale), si è preferito non pensarci più. Qualunque sia la causa, resta il fatto che si è trattato – e si tratta – di una disattenzione imperdonabile” (1bis).
In sostanza così pensa anche il Papa che nella sua enciclica esalta la fraternità, sostenendone l’importanza fino a capovolgere la gerarchia tra i tre valori, dando alla fraternità la funzione di dare senso agli altri due (4): “La fraternità non è solo il risultato di condizioni di rispetto per le libertà individuali, e nemmeno di una certa regolata equità. (…) ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza. Che cosa accade senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento come valori? Succede che la libertà si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine, di pura autonomia per appartenere a qualcuno o a qualcosa, o solo per possedere e godere. Questo non esaurisce affatto la ricchezza della libertà, che è orientata soprattutto all’amore. Neppure l’uguaglianza si ottiene definendo in astratto che «tutti gli esseri umani sono uguali», bensì è il risultato della coltivazione consapevole e pedagogica della fraternità” [FT 103, 104]. La fraternità dimenticata da tutti? Sì, ma per fortuna non dai poeti – ricordate la poesia Fratelli di Giuseppe Ungaretti? (5) – e dagli artisti in generale. Un esempio lo fornisce lo stesso Papa quando nell’enciclica cita un verso della canzone Samba delle Benedizioni di Vinicius de Moraes [FT 215], che rende magnificamente l’invito a far crescere una cultura dell’incontro, laddove si pratica la fraternità: «La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita». E prosegue il Papa nella proposizione di un “modello di riferimento di società aperta ed inclusiva” ben rappresentato dalla figura geometrica del poliedro “che ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti compongono un’unità ricca di sfumature, perché «il tutto è superiore alla parte». Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda (…). Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo” [FT 215 e LS 237] (6).
Tornando alla fraternità: dunque è un dono e personalmente ne sento l’afflato consolatorio nella sua pratica negli ambienti comunitari, ma ho la consapevolezza che si tratti di un privilegio, considerato che molta parte dell’umanità non ne può godere i benefici, in tutta la loro possibile estensione, a causa della difficile, per tanti drammatica, situazione in cui versa il nostro Pianeta, sia sul versante ambientale, sia su quello sociale ad esso strettamente connesso. Non esiste benessere della Terra senza che sussista contemporaneamente quello dei suoi abitanti, nell’accezione di “ecologia integrale”, concetto profondo dell’enciclica Laudato si’, che, come mi piace rimarcare, trova una “corrispondenza laica” nell’Agenda Onu 2030 (7).
Rifletto sul quadro che l’enciclica Laudato si’ mostra con crudo realismo: 1) il Pianeta è in pericolo, ma comunque sopravvivrà; chi rischia l’estinzione è l’umanità intera con gli altri esseri viventi, travolta da sconvolgimenti ambientali che non si vogliono adeguatamente contrastare; 2) nonostante la pandemia, purtroppo ancora in atto, continuano le guerre in tutto il mondo, una «terza guerra mondiale a pezzi», mentre crescono dappertutto le diseguaglianze e le povertà in un contesto mondiale “dominato dall’incertezza, dalla delusione e dalla paura del futuro e controllato dagli interessi economici miopi”.
E cerco allora possibili vie d’uscita, non solamente sul piano dell’impegno intellettuale, ma concretamente sulla modifica dei comportamenti (la “conversione ecologica”) perché mi sento pienamente coinvolto e perfino in qualche misura responsabile dell’attuale situazione, anche con riferimento alle realtà di impegno civile in cui sono inserito.
Nessuno deve tirarsi indietro per piccolo possa essere il contributo di ciascuno.
Ci aiutano in questa impresa proprio le due ultime encicliche di Papa Francesco.
Individuo alcune connessioni tra le stesse che mi aiutino a comprendere la situazione e che m’illuminino rispetto al “che fare?”. E’ un percorso che mi/ci impegna come cattolici, ma che può coinvolgere tutti. Proprio secondo gli intendimenti del Papa: [FT 6] “Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché (…) siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole. Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà”. Intendimenti ormai nella consuetudine dei Papi, da Giovanni XXIII (Pacem in terris, 1963) in poi.
L’enciclica “Fratelli tutti” richiama esplicitamente la “Laudato si’” in 23 note, sulle quali opero un’arbitraria selezione, riconducendo i contenuti a tre grandi tematiche, che schematizzo nei titoli seguenti: IL LAVORO, POLITICA ed ECONOMIA, BENI COMUNI e PROPRIETA’ PRIVATA.
IL LAVORO
Alla questione il Papa dà molta enfasi, situandola nel solco tradizionale della Dottrina sociale della Chiesa, evitando di portarsi avanti nel dibattito sul rapporto tra lavoro e reddito, che pur aveva trattato in un precedente sorprendente intervento (8)
Dice il Papa [FT 162]: “Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze. Questo è il miglior aiuto per un povero, la via migliore verso un’esistenza dignitosa. Perciò insisto sul fatto che «aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze”. Ecco il passaggio in cui il Papa non insiste sulle teorie del «reddito universale di base» se non nel proporlo per le fasi emergenziali. Sostiene infatti che “Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro. Per quanto cambino i sistemi di produzione, la politica non può rinunciare all’obiettivo di ottenere che l’organizzazione di una società assicuri ad ogni persona un modo di contribuire con le proprie capacità e il proprio impegno. Infatti, non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro e della dignità del lavoro». In una società realmente progredita, il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo“. Riprende pertanto quanto scritto nella LS [128]: “Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. Non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale.(…) Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro”. Il Papa ha ben presente le radicali trasformazioni del lavoro e mette in guardia da pericolose derive, nel momento in cui “l’orientamento dell’economia ha favorito un tipo di progresso tecnologico finalizzato a ridurre i costi di produzione in ragione della diminuzione dei posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine. È un ulteriore modo in cui l’azione dell’essere umano può volgersi contro sé stesso. La riduzione dei posti di lavoro «ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del «capitale sociale», ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile. In definitiva «i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani». Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società”.
Ancora sulla FT [168]: “ Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti. Il neoliberismo riproduce sé stesso tale e quale, ricorrendo alla magica teoria del «traboccamento» o del «gocciolamento» – senza nominarla – come unica via per risolvere i problemi sociali (9). Non ci si accorge che il presunto traboccamento non risolve l’inequità, la quale è fonte di nuove forme di violenza che minacciano il tessuto sociale. Da una parte è indispensabile una politica economica attiva, orientata a «promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale», perché sia possibile aumentare i posti di lavoro invece di ridurli. La speculazione finanziaria con il guadagno facile come scopo fondamentale continua a fare strage. D’altra parte, «senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare». La fine della storia non è stata tale, e le ricette dogmatiche della teoria economica imperante hanno dimostrato di non essere infallibili. La fragilità dei sistemi mondiali di fronte alla pandemia ha evidenziato che non tutto si risolve con la libertà di mercato e che, oltre a riabilitare una politica sana non sottomessa al dettato della finanza, «dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno»“.
Riprendendo la LS [129]: “ Perché continui ad essere possibile offrire occupazione, è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. Per esempio, vi è una grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti, sia in piccoli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale. Le economie di scala, specialmente nel settore agricolo, finiscono per costringere i piccoli agricoltori a vendere le loro terre o ad abbandonare le loro coltivazioni tradizionali. I tentativi di alcuni di essi di sviluppare altre forme di produzione, più diversificate, risultano inutili a causa della difficoltà di accedere ai mercati regionali e globali o perché l’infrastruttura di vendita e di trasporto è al servizio delle grandi imprese. Le autorità hanno il diritto e la responsabilità di adottare misure di chiaro e fermo appoggio ai piccoli produttori e alla diversificazione della produzione. Perché vi sia una libertà economica della quale tutti effettivamente beneficino, a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica. L’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune”.
Da quanto messo in evidenza, risulta esplicita la critica del Papa (ripetuta in molte occasioni) alle teorie economiche dominanti, quelle di stampo neoliberista, che mettono al centro la realizzazione del profitto, piuttosto che del benessere delle persone, generando privilegi e ricchezze per pochi, forti diseguaglianze e povertà per molti. Per converso il Papa incoraggia lo studio e la pratica di economie diverse, quali quelle cosiddette circolari o che si rifanno ai principi dell’economia civile. Afferma Papa Francesco in altra circostanza (10): “l’economia, nel suo senso umanistico di “legge della casa del mondo”, è un campo privilegiato per il suo stretto legame con le situazioni reali e concrete di ogni uomo e di ogni donna. Essa può diventare espressione di “cura”, che non esclude ma include, non mortifica ma vivifica, non sacrifica la dignità dell’uomo agli idoli della finanza, non genera violenza e disuguaglianza, non usa il denaro per dominare ma per servire (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53-60)”.
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Che succede?
LA CURA, LA GENTILEZZA, IL RIGORE, LA VERIFICA, LA LIBIA, IL CARCERE
18 Dicembre 2020 by Giampiero Forcesi |su C3dem.
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X Dossier Caritas 2020 “Luci di Carità in tempi di pandemia”
Conferenza stampa di presentazione del X Dossier 2020 “Luci di Carità in tempi di pandemia”
Lunedì 21 dicembre 2020 alle ore 10 nell’aula magna del Seminario arcivescovile di Cagliari (via mons. Cogoni 9) si svolgerà la conferenza stampa di presentazione del X Dossier 2020 della Caritas diocesana di Cagliari “Luci di Carità in tempi di pandemia”. [segue]
Caritas X Dossier 2020 “Luci di Carità in tempi di pandemia”
Conferenza stampa di presentazione del X Dossier 2020 “Luci di Carità in tempi di pandemia”
Lunedì 21 dicembre 2020 alle ore 10 nell’aula magna del Seminario arcivescovile di Cagliari (via mons. Cogoni 9) si svolgerà la conferenza stampa di presentazione del X Dossier 2020 della Caritas diocesana di Cagliari “Luci di Carità in tempi di pandemia”.
Durante la conferenza stampa verranno forniti i dati 2020 riguardanti le problematiche della povertà e dell’esclusione sociale nel territorio diocesano, e verrà effettuata l’analisi dei bisogni rilevati sul territorio attraverso i Centri d’ascolto della Caritas diocesana, strumenti privilegiati di incontro e di osservazione del disagio; in particolare verrà presentata l’attività della Caritas diocesana durante l’emergenza Covid-19.
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Nel tempo del Covid-19 e oltre
La crescente capacità di cura delle famiglie italiane
di Remo Siza*
La diffusione del COVID-19 ha profondamente cambiato le condizioni di vita di molte famiglie italiane. Molte associazioni come la Caritas e la Rete Banco Alimentare, hanno osservato un incremento significativo delle richieste di beni essenziali. Questi nuovi gruppi che chiedono assistenza alimentare sono spesso definiti nel dibattito pubblico come i “nuovi poveri”, per riferirsi a persone che potevano contare nei mesi scorsi su un reddito adeguato e che a causa della crisi sono diventate povere.
Probabilmente, però, il termine povertà non ci aiuta a definire queste condizioni sociali e ad individuare gli strumenti di politica sociale più appropriati, a definire politiche sociali di sostegno alle famiglie più articolate e non soltanto risposte minimali di supporto economico. La crescente richiesta di beni essenziali da parte di nuovi gruppi sociali che molte associazioni stanno affrontando è significativamente diversa da quella del passato: è meno persistente e cresce in un contesto sociale caratterizzato dall’aumento dell’insicurezza sociale ed economica, ma anche da nuove risorse di sostegno e cura.
La crisi economica e finanziaria determinata dalla pandemia di COVID-19 ha aggravato le irrisolte disuguaglianze e divisioni sociali della società italiana. Robert Castel in suo saggio molto noto ha osservato la presenza di tre “zone di coesione sociale” nelle attuali società occidentali:
- una “zona di integrazione” caratterizzata da contratti di lavoro a tempo pieno, possibilità di partecipazione alla vita sociale e benefici di welfare adeguati;
- una “zona di vulnerabilità”, la zona cioè della precarietà, del lavoro temporaneo, dei lavori mal retribuiti, di insufficienti risorse di welfare e di fragilità delle relazioni primarie;
- e, infine, la “zona della disaffiliazione” o dell’esclusione (esclusi dal mercato del lavoro e perdita di buona parte delle tutele sociali).
In Italia, la crisi ha ridotto la zona della integrazione riducendo significativamente la consistenza dei gruppi sociali con posti di lavoro altamente protetti da norme e contratti collettivi e livelli adeguati di protezione sociale. Ma soprattutto, ha ampliato a dismisura la zona della vulnerabilità e sta portando solo alcuni segmenti di questa zona verso la terza “zona dell’esclusione” e della povertà.
Certamente crescono i nuovi poveri, ma molte famiglie italiane non sono cadute in povertà in quanto la struttura della società italiana e le sue capacità di integrazione non si sono dissolte. In questi mesi non stiamo assistendo ad un “collasso” dei tre pilastri dell’integrazione sociale, delle sfere di vita cioè da cui dipende la nostra integrazione: il lavoro, la famiglia e il welfare.
Anzi, per tanti motivi, la pandemia ha invertito buona parte delle tendenze alla progressiva erosione di due sfere di vita (il welfare e la famiglia). In primo luogo, ha invertito tendenze che sembravano irreversibili verso una progressiva riduzione delle prestazioni di welfare e di contenimento dei costi. In questi mesi, le risorse del welfare sono cresciute notevolmente nel settore sanitario, nell’istruzione con effetti che saranno visibili nel medio e lungo periodo; le politiche sociali hanno ora una maggiore capacità protettiva e inclusiva, seppure privilegino quasi esclusivamente interventi passivi di supporto al reddito.
In secondo luogo, si sono sensibilmente attenuati processi che negli anni scorsi hanno minato i rapporti reciproci di sostegno e cura e la capacità delle famiglie di far fronte a rischi sociali vecchi e nuovi. La famiglia in questi mesi ha manifestato una elevata e crescente capacità di affrontare la crisi, di creare rapporti di cura e di supporto tra i suoi membri e nell’ambito del vicinato, nuove forme di socialità e di aiuto reciproco, nella costruzione di nuove forme associative.
In terzo luogo, la pandemia ha, invece, peggiorato ulteriormente le criticità storiche del mercato del lavoro italiano: crescono i lavori scarsamente retribuiti, il lavoro sommerso, i contratti a breve termine, si riducono ulteriormente i posti di lavoro.
Gli impatti della pandemia su queste tre sfere della vita stanno creando sicuramente una crescita della povertà, ma soprattutto la crescita di nuove condizioni economicamente e socialmente più vulnerabili: forme di precarietà lavorativa assistita attraverso prestazioni di welfare più generose, forme di deprivazione economica vissute, però, meno individualmente come condizione collettiva e con il supporto di relazioni familiari che la crisi ha rafforzato. Condizioni di vita che in molti casi sacrificano la dignità delle persone e delle famiglie, ma che spesso riescono a “trattenerle” evitando a molti di loro la caduta in forme severe e persistenti di povertà.
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- La foto in testa è tratta dalla pag. fb dell’Organizzazione no-profit Mutuo Soccorso Casteddu .
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Che succede? Che fare? Oggi, domani… Contributi al dibattito.
Le proposte dei giovani della Rete della Conoscenza
Arianna Petrosino
Sbilanciamoci! 2 Dicembre 2020 | Sezione: Politica, primo piano
Non sarà un vaccino a liberarci dai lasciti dell’emergenza Covid. E non sarà la vecchia ricetta fallimentare degli sgravi contributivi a rilanciare economia e lavoro. Alcune proposte della Rete della Conoscenza: reddito di formazione, scuola e università gratuite, tasse su grandi patrimoni e multinazionali del web.
Dallo scorso marzo il mondo è sospeso in una bolla di incertezza e attesa: si aspetta il vaccino, si aspettano le prossime restrizioni, si aspettano i sussidi, ci si chiede se saranno sufficienti, si prova a capire per quanto ancora si dovrà andare avanti così. La seconda ondata è riuscita a coglierci nuovamente impreparati.
E i dati ce lo dicono già con chiarezza: saranno i giovani a pagare più di tutti le conseguenze di questa crisi. Chi è nato negli anni Novanta avrà visto prima dei suoi trent’anni già due “crisi del secolo”: dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime del 2007-2008 e la stagione di austerity che ne seguì, ci troviamo oggi sull’orlo di una crisi nuova, potenzialmente più disastrosa, di cui stiamo già iniziando a saggiare le conseguenze. Nel corso dei due mesi di lockdown primaverile tra i giovani under 34 si è registrata una perdita complessiva di 303 mila posti di lavoro (dati INAPP) con un trend in calo anche nei mesi successivi. A settembre 2020 gli occupati tra i 15 e i 24 anni calano del 7,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente; gli occupati tra i 25 e i 34 anni calano del 6,1%, mentre nella stessa fascia d’età i disoccupati aumentano del 5,4% e gli inattivi del 7,1% (sempre rispetto al 2019).
Intanto le classi di età più avanzate registrano un trend in crescita (soprattutto dovuto alla componente demografica), mentre quelle centrali (35-49), anch’esse colpite dai mesi di lockdown, hanno recuperato complessivamente 100 mila posti di lavoro (ISTAT). Queste asimmetrie non sono casuali, ma frutto di anni di deregolamentazione del mercato del lavoro e di progressiva precarizzazione delle forme contrattuali, con politiche che hanno colpito soprattutto i più giovani.
Uno degli slogan più in voga durante il lockdown era quello apparso sui palazzi di Santiago de Chile lo scorso anno: “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. Una normalità, quella prima del Covid, fatta soprattutto per i giovani di contratti a chiamata, part time involontario, lavoro stagionale, lavoro nero, emigrazione, povertà. Davanti a questa situazione le risposte emergenziali non bastano: è necessario prendere scelte coraggiose, che rappresentino una vera e propria inversione di rotta rispetto al passato. Non è sufficiente aggrapparsi ai finanziamenti del Recovery Fund – sui quali pure è necessario dare battaglia, perché non finiscano in larga parte nelle tasche delle imprese -, serve invece ragionare su quali misure strutturali si possano mettere in campo per redistribuire la ricchezza e combattere le diseguaglianze sociali.
Reddito incondizionato per decidere sulle proprie vite
Uno dei meriti delle misure messe in campo dallo Stato nel corso del lockdown primaverile è stato quello di evidenziare alcuni dei limiti degli strumenti ordinari: è il caso ad esempio del reddito di emergenza, varato sì per rispondere ad una situazione non prevedibile che ha lasciato decine di migliaia di lavoratori senza entrate, ma che ha anche fatto emergere come il reddito di cittadinanza non rappresenti uno strumento sufficiente né per il contrasto alla povertà né, tantomeno, in ottica emancipatoria. Non si tratta solo di un ampliamento ai singoli, ma soprattutto a tutta una serie di categorie che hanno avuto la possibilità per la prima volta di accedere ad uno strumento di sostegno al reddito, per quanto anche a prescindere dal Covid non vivessero una situazione economicamente positiva. Se il reddito di cittadinanza è stato introdotto sotto la retorica dell’abolizione della povertà, un anno dopo possiamo dire con sufficiente certezza che quest’obiettivo non è stato raggiunto, e non solo per colpa del Covid. E una delle ragioni sta proprio nella distanza del Reddito di cittadinanza made in Italy da quello che viene tradizionalmente definito reddito di cittadinanza: la misura italiana è infatti priva di due delle sue caratteristiche fondamentali, l’incondizionalità e l’universalità. Il Reddito di cittadinanza, come traspare tra l’altro dalle dichiarazioni alla stampa di diversi esponenti della maggioranza di governo, viene interpretato più che altro come uno strumento di inserimento nel mercato del lavoro. Al netto degli enormi limiti dimostrati in questo senso, è necessario fare un passo indietro. È giusto che questa sia la funzione del Reddito? Insomma, è davvero questo il Reddito di cui abbiamo bisogno? Se riconosciamo come un problema il fatto che la mobilità sociale nel nostro Paese sia del tutto bloccata, se vogliamo liberarci realmente dal ricatto della precarietà, è chiaro che una misura di questo tipo non possa essere sufficiente e che serve immaginare invece tutta un’altra forma di Reddito, a partire da due elementi irrinunciabili: l’incondizionalità e l’elargizione su base individuale. Nel momento in cui la precarietà e l’instabilità la fanno da padrone, introdurre strumenti che si sleghino dalla concezione puramente familistica che caratterizza il nostro sistema welfaristico è sempre più urgente. Lo dimostrano i dati sull’età a cui si va a vivere da soli (31 anni in Italia, 26 di media europea), ma anche l’incidenza del dato sui nuovi poveri tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, in fortissima crescita rispetto agli anni precedenti.
Reddito incondizionato e individuale, dunque, non solo per coloro i quali si trovano al di sotto della soglia di povertà, ma da ragionare per una platea ben più ampia, che possa declinarsi in diverse forme – come quella del Reddito di formazione per le studentesse e gli studenti – a partire dai bisogni delle nuove generazioni, ma che non veda discrimini anagrafici: un reddito che sia davvero uno strumento per decidere sulle proprie vite e liberarsi dai ricatti.
Diritti universali, per ridare dignità al lavoro contro la precarietà esistenziale
Non serviva una pandemia per rendere palese quanto oggi il mondo del lavoro sia teatro di ingiustizie profonde, non frutto del caso ma di precise scelte politiche susseguitesi negli ultimi decenni. La precarizzazione ha assunto confini ben più ampi di quelli della sola durata del contratto (quando un contratto c’è), riguardando la garanzia di diritti e tutele e la certezza che un lavoro potesse assicurare una vita degna. La flessibilità è diventata un elemento strutturale, utile a livellare i salari verso il basso, negare le tutele più basilari e massimizzare i profitti. Così come il lavoro sottopagato o gratuito, spesso sotto forma di tirocini non retribuiti, o l’apprendistato come strumento di risparmio per le aziende.
Se per gli under 35 la precarietà è diventata l’unica cifra del mondo del lavoro, non sono soltanto i giovani a vivere di incertezze, diritti negati, salari da fame, disoccupazione, sfruttamento. Ma per chi è entrato nel mondo del lavoro – o prova a farlo – negli ultimi dieci/quindici anni, tutto questo è la normalità, è l’unico lavoro che si sia mai visto.
Nel testo della legge di bilancio 2021 si legge l’ennesima riproposizione di una ricetta fallimentare, quella degli sgravi contributivi. Sgravi del 100% per un periodo massimo di 36 mesi (48 per le regioni del Sud), con una clausola anti licenziamento di 9 mesi, per chi assume under 35 con un contratto a tutele crescenti. Quella della decontribuzione è stata una strada scelta a più riprese dagli ultimi governi, ma i dati relativi all’andamento delle assunzioni evidenziano come non abbia sortito effetti positivi sull’occupazione stabile, soprattutto in assenza delle necessarie condizionalità. Per rilanciare l’occupazione giovanile si deve ridare dignità al lavoro, combattendo una guerra contro la precarietà che parta dal riconoscimento universale dei diritti fondamentali, ed è necessaria una politica industriale e dello sviluppo che sappia cogliere le priorità per il futuro, senza limitarsi alle contingenze. Il futuro dei giovani, delle donne, il rilancio del Sud non può essere affidato ai privati attraverso la politica degli incentivi: serve invece un ruolo forte dello Stato in economia, nella definizione dei settori strategici, nella gestione delle risorse, nella creazione di posti di lavoro, in termini ben maggiori di quelli previsti dalla legge di bilancio sulle assunzioni nella P.A.
Serve ripensare complessivamente il modello produttivo, rimettendo al centro le persone e il pianeta e non i profitti, creando occupazione di qualità a partire dalla riconversione ecologica e dalla redistribuzione dell’orario di lavoro.
E non si tratta di una battaglia che riguarda solo una generazione.
Istruzione gratuita per il futuro del Paese
L’Italia si trova al 36° posto tra i 37 paesi OCSE per percentuale di laureati tra i 25 e 34 anni, mentre dal lato della scuola la dispersione scolastica è pari al 15%, con dati inquietanti se si guardano le singole regioni (come la Sicilia dove si raggiunge il 24%). Una situazione nazionale così grave in merito ai livelli di istruzione del Paese vede tra le maggiori cause quella di ordine economico: molte famiglie e molti studenti e studentesse, semplicemente, non possono permetterselo. Il combinato dell’emergenza sanitaria e della crisi economica da essa scaturita rischia nel prossimo futuro di aggravare ulteriormente la situazione.
Scuole, Università e filiera formativa in generale – dall’asilo nido ai percorsi post laurea – come istituzioni pubbliche devono perseguire una serie di obiettivi fondamentali per la società moderna. Il primo è certamente quello di permettere ad ogni individuo di decidere sul proprio presente e per il proprio futuro, per essere strumento per costruire una società consapevole. Il secondo obiettivo, di pari importanza, deve essere quello di riduzione delle disuguaglianze: eliminare le differenze socioeconomiche delle famiglie di provenienza. Il terzo deve essere quello di incarnare il ruolo di motore di innovazione e sviluppo, tecnologico, sociale e democratico, per costruire un modello di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile.
Per questi motivi la gratuità e l’accessibilità dell’istruzione devono essere delle priorità urgenti per il nostro Paese, per uscire prima e meglio dalla crisi innescata dalla pandemia, e sono obiettivi concreti e raggiungibili attraverso un diverso uso delle risorse pubbliche e con una riforma della tassazione in senso progressivo, che quindi redistribuisca la ricchezza e consenta forti investimenti da parte dello Stato in quelle che devono essere le politiche strategiche per il prossimo futuro.
Non ci sono soldi?
Per finanziare tutto questo servono soldi. E i soldi ci sono, o si possono recuperare. Non solo tagliando da una serie di settori – quello bellico, ad esempio – ma anche liberando la spesa sociale dai vincoli di bilancio (ad oggi solo sospesi) e dal diktat del debito, e generando maggiori entrate per le casse dello Stato.
Nel corso della pandemia i 40 miliardari italiani hanno visto il loro patrimonio crescere del 31%, attestandosi sui 165 miliardi di euro. Attaccare la rendita, i grandi patrimoni, i monopoli, le multinazionali, le aziende inquinanti e le corporations del web non è solo una tra le tante opzioni: è la strada da praticare. Se ne stanno rendendo conto i governi di altri Paesi, che per fronteggiare la crisi dovuta al Covid hanno varato delle misure che vanno in questa direzione, mentre in Italia sembra essere ancora un tabù. Un intervento coraggioso sulla fiscalità generale, che miri davvero a redistribuire le ricchezze per garantire diritti e benessere alla popolazione, è tuttavia sempre più urgente. E l’assenza di qualsiasi indirizzo in questa direzione nella legge di bilancio non è un dato positivo.
Non basterà un vaccino per evitare le conseguenze disastrose della crisi post pandemia. Reddito, lavoro, istruzione, redistribuzione delle ricchezze: tenere ben saldi questi pilastri è fondamentale se non vogliamo solo uscire da questa crisi, ma soprattutto uscirne migliori.
Appello. Un patto di tutti i sardi per la Sardegna.
“Non ci si salva da soli”. Per battere il Covid in Sardegna è urgente la “buona politica; non quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi”.
Appello di cattolici sardi
Premessa.
Noi cittadini sardi, cattolici ispirati dai valori del Vangelo, fedeli agli insegnamenti del Concilio Vaticano II e della dottrina sociale della Chiesa, convintamente riproposti dalle ultime illuminanti encicliche di Papa Francesco, ci dichiariamo preoccupati e angosciati per il precipitare della situazione economica della Sardegna, con il portato di sofferenze materiali e psicologiche per un numero crescente di persone appartenenti a tutti gli strati della società sarda, specie dei meno abbienti. Chiediamo pertanto a tutti, a partire da quanti hanno responsabilità pubbliche, nelle Istituzioni e nelle altre organizzazioni della Società, e a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, un impegno corale che, nel rispetto delle differenze delle diverse appartenenze politiche e culturali, ci renda solidali e attivi per uscire dalla situazione di crisi e difficoltà antiche e attuali della nostra regione.
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Appello. Un patto di tutti i sardi per la Sardegna.
SARDEGNA: UN CASO SERIO DI DEFICIT POLITICO E I CATTOLICI RISOLLEVANO LA TESTA
di Antonio Secchi
Dic 2, 2020 – su Politicainsieme.com
E’ da almeno vent’anni che non si vedeva in Sardegna un documento-appello di cattolici ( il documento segue questa presentazione, ndr ), preoccupati per l’aggravarsi della situazione economica, sociale e sanitaria dell’isola. Questo lasso di tempo corrisponde a quello della diaspora dei cattolici nel sistema nazionale, che ha trovato puntuale applicazione anche nella vita politica della Regione sarda.
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Documento del Consiglio comunale di Cagliari sul sistema sanitario, approvato all’unanimità
Ordine del giorno in esito al dibattito svolto in Consiglio Comunale
sul sistema sanitario della città di Cagliari [3/12/2020]
Il Consiglio Comunale di Cagliari, a seguito della richiesta di dibattito prot. n. 239560/2020 del 27 settembre 2020 (presentata dalla consigliera Francesca Ghirra e più), nella seduta del 24 novembre 2020, ha avviato la discussione sul sistema sanitario della città di Cagliari. In esito ai numerosi interventi, il medesimo Consiglio ha approvato il seguente ordine del giorno. [segue]