Democrazia è partecipazione!
con piacere condividiamo il programma del primo incontro regionale intitolato “L’Amministrazione condivisa dei beni comuni: comunità e amministrazioni per la cura dei territori”, in programma mercoledì 9 aprile 2025, dalle 9:30 alle 13:30, nella sala riunioni della Biblioteca regionale di Cagliari, in Viale Trieste 137, accessibile anche in modalità online.
Oggi venerdì 4 aprile 2025
Scuola: indicazioni 2025, riflessioni critiche
3 Aprile 2025
Caterina Gammaldi su Democraziaoggi
E’ stata resa pubblica la bozza di un documento che intende sostituire le Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo. La commissione guidata da esperti vicini al governo, prof.ssa Perla, Galli della Loggia e molti altri, ha formulato una proposta che fa perno su Persona Scuola Famiglia decisamente contraria alle scelte […]
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Oggi 3 aprile 2025 giovedì – Sapienza del vivere e felicità
Dalle piazze alla politica: l’urgenza di un’Europa protagonista per la pace
2 Aprile 2025 su Democraziaoggi
Alfiero Grandi
La manifestazione di Piazza del Popolo era molto partecipata. Se sommiamo le manifestazioni contemporanee a Roma – certo con impostazioni diverse – è confermato che esiste una richiesta di partecipazione democratica in controtendenza con il crescente astensionismo elettorale, che invece indebolisce la democrazia. Per questo, quelle domande devono trovare risposte e, attraverso queste, arrivare […]
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Connessioni.
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Dopo 53 anni. La Sardegna USAta e passibile di essere riUSAta
Oggi sulla prima pagina de L’Unione Sarda un corsivo di Luigi Almiento intitolato “Come si USA la Sardegna”. Immediatamente siamo corsi al 1972, 53 anni fa, quando adoperammo lo stesso titolo per un articolo su Gulp, scritto da Salvatore Sanna, nativo di La Maddalena, già componente del Comitato Governo-Regione per le servitù militari. Non entriamo nei contenuti dei rispettivi articoli, solo cogliendo l’analogia della situazione stigmatizzata che vede la Sardegna trattata come un territorio coloniale, anzi USAta come tale e passibile di essere riUSAta. Luigi al tempo era troppo giovane per ricordare questo titolo di Gulp da lui utilizzato per l’articolo di oggi. Per carità nessun plagio, però fa piacere che seppur inconsapevolmente e a distanza di mezzo secolo una grossa testata come L’Unione ci abbia copiato! Cari saluti Luigi.
——————-Da Gulp Anno VI n.6 dicembre 1972——–
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Oggi mercoledì 2 aprile 2025
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Marine Le Pen, Georgescu e la democrazia occidentale
1 Aprile 2025
Andrea Pubusa su Democraziaoggi
Si comprende il clamore intorno alla condanna di Marine Le Pen, per la probabilità di una sua vittoria alle prossime elezioni presidenziali. Un caso più rilevante di quello che ha coinvolto Georgescu in Romania. Mentre in questo caso l’annullamento delle elezioni e la successiva ineleggibilità si fonda su pretese interferenze di uno stato estero […]
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Europa, Europa
Cari amici,
tutto è cominciato quando l’uomo, nel giardino, ha dato il nome alle cose, Dare il nome alle cose è il primo passo per conoscerle, padroneggiarle, se del caso combatterle. Per questo si discute tanto se definire o no la Meloni fascista, e si insiste sulla litania dell’aggressore-aggredito. Ma nella divisione manichea del mondo, tanto cara all’Occidente, tra quelle che sono chiamate “democrazie” e le cosiddette “autocrazie”, dove collocare l’America di Trump che è eletto a furor di popolo ma sovverte le regole del potere, malmena i giudici, governa per decreti esecutivi e vuol conquistare la Groenlandia e il Canada? E che nome dare a Israele dove pure si vota, ma che si definisce come Stato etnico, esclusivo e confessionale?
Per trovare il nome appropriato bisogna guardare agli indizi. Per gli Stati Uniti si può prendere per esempio una componente identificante del regime trumpiano, che è la deportazione dei migranti presenti nel Paese e che per varie ragioni sono considerati illegittimi o delinquenti o comunque sgraditi. Per farlo Trump ha tirato in ballo la Alien Enemies Act, che è una legge sui nemici, risalente al 1798, forse mai applicata se non nella Seconda guerra mondiale per internare e isolare i giapponesi residenti in America. I primi a farne le spese sono stati i venezuelani, 350.000 dei quali godono di uno statuto di protezione temporanea negli Stati Uniti dove sono arrivati per sottrarsi al regime di Chávez. Centinaia di loro, definiti “stupratori, assassini e gangster” dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, imbarcati su tre aerei, sono stati deportati in Salvador che ne ha ricavato 5.000 dollari l’uno e li ha imprigionati in un lager. Un giudice ha tentato di fermare gli aerei in volo e di farli rientrare ma l’ordine non è stato eseguito col pretesto che essi non si trovavano più nello spazio aereo degli Stati Uniti, e Trump ha definito quel magistrato “un giudice lunatico, di sinistra radicale, un agitatore e un provocatore”.
Ma, come ha scritto una giornalista che lavora in un’organizzazione per i diritti degli immigrati, Sonali Kolhatkar, in un articolo diffuso in Italia dalla benemerita agenzia Other News di Roberto Savio, non si tratta solo dei venezuelani: chiunque può essere fatto sparire in qualsiasi momento. Il governo sta prendendo di mira i cittadini americani di colore. Sta prendendo di mira gli accademici di colore che lavorano o studiano nel Paese con documenti validi, in particolare quelli che sono musulmani o cercano giustizia per la Palestina. Tutti a rischio di non essere graditi al potere. Ricordando la poesia “First They Came” di Martin Niemöller, si può dire che “oggi l’amministrazione se la prende con venezuelani e palestinesi, domani potrebbe essere chiunque di noi. Tollerare la crudeltà anti-immigrati apre la porta a tutti noi di essere vittime di tale ferocia. Nessuno è immune”.
Un’altra notizia, ben più che un indizio, è che esiste uno stretto rapporto di collaborazione tra l’esercito israeliano e il Massachuttes Institute of Technology (MIT) di Boston, anche nel supporto alla guerra di Gaza. Come rivela un rapporto “Science for Genocide”, pubblicato da un gruppo pro-palestinese interno all’Università, i laboratori del MIT dal 2015 hanno ricevuto 3,7 milioni di dollari di finanziamento da parte del Ministero della Difesa israeliano, destinati a progetti volti a sviluppare algoritmi che aiutino gli sciami di droni a inseguire meglio gli obiettivi in fuga, a migliorare la tecnologia di sorveglianza subacquea e a supportare gli aerei militari nell’elusione dei missili. Dal 7 ottobre 2023 due di queste sponsorizzazioni sono state rinnovate, mentre una è scaduta a dicembre 2024. Inoltre il MIT mantiene collaborazioni istituzionali con aziende che vendono grandi quantità di armi a Israele. Tra queste figurano Elbit Systems, il maggiore appaltatore militare di Israele, nonché Maersk, Lockheed Martin e Caterpillar, collaborazioni che garantiscono ingenti profitti ai complici del genocidio e un accesso privilegiato al talento e alle competenze del MIT. Quello di Israele, afferma il rapporto, “è l’unico esercito straniero a sponsorizzare la ricerca del MIT”. Come dicono gli studenti il regolamento stesso del MIT imporrebbe di rompere le collaborazioni con tali imprese se esistono “prove credibili che le loro attività contribuiscono alla soppressione dei diritti umani”. In risposta alla pubblicazione dei dati, il MIT ha bloccato l’accesso al sistema interno di gestione delle sponsorizzazioni.
Tutto ciò dimostra il coinvolgimento strutturale degli Stati Uniti nelle guerre di Israele, come c’è stato un coinvolgimento finora nella guerra d’Ucraina dove, come ha rivelato il New York Times, dalla base Usa di Wiesbaden, in Germania, i generali Mykhaylo Zabrodskyi e Christopher Donahue, dirigevano le azioni militari ucraine nel quadro di una operazione, chiamata “Task force Dragon”.
Molte altre cose si potrebbero citare per chiedersi in base a quale diritto, interno e internazionale, gli Stati Uniti fanno tutto questo, e se ciò li qualifichi ad essere annoverati tra le democrazie o le autocrazie: un’attribuzione peraltro difficile anche per altri Paesi, a cominciare da Israele con la sua identità di Stato ebraico, di un solo popolo, senza Costituzione e con una capitale eterna, e la pretesa di essere nelle sue condotte militari “legibus solutus”. E tutto ciò mentre la condanna della Le Pen in Francia accende in tutto il mondo il clamore sulle regole della democrazia.
In America la questione si complica perché da un’amministrazione all’altra gli Stati Uniti sembrano compiere anche le azioni più efferate ostentando una presunzione d’innocenza. Perciò risulta difficile, ma non solo con Trump, collocarli simpliciter nelle “democrazie” o nelle “autocrazie”, la magica distinzione che rende l’Occidente così fiero di appartenere a queste ultime. Per chiarezza occorrerebbe allora dare agli Stati Uniti un altro nome che corrisponda alla stessa coscienza che essi, e altri Stati simili a loro, hanno di sé. Questa coscienza è quella di essere al di sopra del bene e del male, di godere di una sorta di suprematismo bianco o anglosassone o messianico e religioso, di comportarsi nella presunzione che tutto sia loro concesso e tutto sia loro dovuto (e perché no la Groenlandia, Panama, le terre rare, la Palestina, Gaza?). Allora forse si dovrebbe dar loro un nome nuovo: non democrazie e non autocrazie, ma autolatrie. O piuttosto, poiché di se stessi fanno un idolo, e se lo adorano da soli, autoidolatrie.
Nel sito Prima Loro pubblichiamo un’analisi del professor Massimo Faggioli sui rapporti tra Trump e il Papa, un articolo sulle manifestazioni palestinesi contro Hamas a Gaza e sulla devastazione psicologica prodotta dalla guerra, e un articolo su Israele e l’ipotesi esclusa di Raniero La Valle pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”. Eventuali firme da aggiungere ai mittenti della Lettera all’Europa [vedisotto] possono essere comunicate all’indirizzo notizieda@primaloro.com.
Con i più cordiali saluti
da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
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Cara Europa,
ti scriviamo per dirti che ti siamo vicini, perché, dopo che hai perduto le tue coordinate, tutti ti strattonano, cercano di farti andare dove non vuoi, a perderti. Nella confusione, sono pure scesi in piazza, per dire le cose più diverse, abbandonandoti intanto a torvi governanti ben vestiti e ben armati, e in sostanza per esaltarti e tradirti. Dicono Europa Europa, e tu non ci sei, perché ti hanno amputato, ti vogliono divisa, hanno bisogno di un nemico, e questo nemico se lo costruiscono dentro l’Europa stessa, è la Russia, che sarebbe una minaccia e un pericolo per il solo fatto di esistere. Biden addirittura diceva che la Russia doveva essere portata alla “condizione di paria”. Qui aveva ragione Trump quando diceva che Biden era stato il peggiore presidente degli Stati Uniti, una democrazia mitizzata come modello di democrazia da esportare per tutti, che vorrebbe far regredire un altro grande Paese alla condizione castale, non solo ultima casta, ma fuori casta, fuori cioè della società, fuori dell’umanità.
Certo, Biden non era un filosofo, e negli ultimi due anni della sua presidenza la ragione se n’era andata, tanto che l’America era governata dalle due o tre persone che gli erano più vicine, e si è visto con quali risultati. Invece è un filosofo, anzi addirittura sarebbe un “nuovo filosofo”, Bernard Henri Lévy, il quale per aizzarci alla lotta contro la Russia scrive sulla “Stampa” che Putin ci odia (lui lo sa), vuole disgregare l’Unione Europea portando l’Est sotto il suo controllo, e in questo fa con Trump una “coppia diabolica”. Un filosofo che legge la storia come un affare di diavoli! Se fosse questa la tua cultura, dove sarebbe finita la cultura europea!
Ma anche uscendo da queste bassure, ai piani appena più alti della politica e dell’informazione, troviamo i campioni di quella che chiamano Unione Europea, che ti vogliono smembrata e divisa. E in ogni caso approntano il grande bisturi delle armi, almeno 800 miliardi. Si pavoneggiano rivendicando per l’Europa le radici ebraico-cristiane, ma sono contro san Paolo, lo prendono per putiniano. San Paolo dice ai Corinti che un corpo non può essere smembrato: “Non può l’occhio dire alla mano non ho bisogno di te; oppure la testa ai piedi: non ho bisogno di voi. Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli, sono le più necessarie, perché nel corpo non ci sia divisione ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre e se un membro soffre tutte le altre soffrono insieme perché tutte le membra del corpo, pur essendo molte sono un corpo solo”. Dell’Unione Europea sono 27 ma tu Europa, a contare la Russia e perché no, l’Ucraina, ne conti almeno 29.
D’altra parte noi come faremmo se non ci fosse la Russia, e se ci distruggessimo per distruggerla, solo perché ci siamo costruiti il fantasma che ci minaccia? Ma una supposta minaccia può giustificare qualsiasi violenza?
La Russia non è il nostro nemico, lo dice perfino Tajani, e la Meloni non vuole mandare i soldati a combatterla. Certo, l’Ucraina violata, ma lì c’erano precisi e innegabili motivi, come allo stesso Parlamento europeo ha spiegato un autorevole e informato americano, il prof. Jeffrey Sachs. Senza Russia non sei più tu Europa. Ci hai arricchito con i suoi pensieri. Come potevamo noi capire l’anima profonda, efferata, della guerra, senza “Guerra e pace” di Tolstoi? Come potevamo noi capire l’umanità violata di quanti sono considerati “animali umani”, e sono scambiati e venduti, vivi o morti che siano, come le “Anime morte” di Gogol? Lì erano i servi della gleba, qui oggi “l’umanità violata” descritta da Roberta De Monticelli in Palestina e in ogni altro genocidio. E come comprendere tanta ingenuità di un’opinione pubblica candida, onesta e plagiata, senza “L’idiota” di Dostoevskij?
Perciò, cara Europa, dobbiamo ripristinare l’unità del tuo corpo, e risuscitare la tua anima morta. Non basta dire Europa, dobbiamo chiederci chi sei, che cosa c’è nel tuo DNA, qual è l’anamnesi dei tuoi mali e scoprire la cura che ti può guarire.
Nel tuo DNA ci sono anzitutto Creonte ed Antigone, il potere e la libertà, la legge e la grazia, l’obbedienza e la dignità. Ma anche c’è stata l’intronizzazione della guerra, proclamata padre e principio di tutte le cose, di tutti re, da Eraclito a Kant, che la considerava un prodotto della natura, e la pace invece un artificio. Ma nel DNA dell’Europa ci sono anche tutte le passioni umane, che ci sono state svelate nella tragedia greca, amore e morte, gelosia e dono di sé, progetto e speranza.
Ma poi bisogna fare l’anamnesi, tutte le malattie dell’Europa, l’imperialismo universalista dell’Occidente, cominciato a Roma, il culto dei Cesari, la società di signori e servi, le persecuzioni religiose, le scoperte come conquista, il genocidio degli Indios e il rifiuto dell’Altro, le colonie, fino alle due guerre mondiali e alla Shoà, e dopo, le resistenze all’attuazione dello Stato sociale, la mancata messa a profitto della rimozione del muro di Berlino e il recupero della guerra, la restaurazione neoliberista dell’impero del profitto e del mercato, fino al punto da snaturarti, da non sapersi più ciò che tu sei, un personaggio in cerca d’autore[1].
Il problema è che i tuoi governanti credono che tu abbia bisogno di un Nemico, è l’esistenza di un Nemico che ti conferirebbe la tua ragion d’essere, e perfino quando ti sorvolano telefonate di pace ti vogliono disporre alla guerra. Dicono che il Nemico è già lì per invaderci, fino al Portogallo, ma non arriva come nel deserto dei Tartari.
La verità è che non si rassegnano alla caduta del muro di Berlino. Era questo che aveva permesso a un’ancora “Piccola Europa” di avviarsi verso l’unità, di guardare con occhi nuovi al mondo e di avere la pace, era stato questo che aveva fatto spazio all’alternativa keinesiana e l’aveva preparata all’euro, e pazienza per la Germania divisa, a qualcuno piaceva anche così, almeno era senza esercito.
E allora qual è la cura per te, che ti faccia guarire, come avere per l’Europa una prognosi non riservata, che ti metta fuori pericolo?
La cura è capire che l’Europa non ha bisogno di un Nemico, ma ha bisogno di un’Idea. Anzi che l’Europa stessa è un’Idea, un’Idea che si fa storia, altrimenti non è più nulla. “Idea Europa” era appunto il titolo di un’opera che ne scandaglia la storia ideale, di un teologo gesuita tedesco, Erich Przywara, citato da papa Francesco quando ha ricevuto il Premio Carlo Magno.
Avere un’idea vuol dire avere una visione per la quale vale la pena vivere e lottare, le idee che abbiamo tradito, democrazia, socialità, liberalismo. Ma essere un’Idea che si fa storia vuol dire farsi carico del mondo, e rimettere in gioco la fede che attesta che l’umanità sarà salva, le fedi che abbiamo perduto perché non abbiamo saputo difenderle dalla giusta critica della laicità, il socialismo (“avanza con noi l’epoca nuova!”), il cristianesimo…
E allora qui va detta la cosa più trasgressiva ed eretica che oggi si possa dire: che per salvarsi l’Europa deve recuperare il suo bene maggiore e perduto, il cristianesimo. Una tale proposta può apparire paradossale nel momento in cui la fabbrica del male arriva a tetti mai raggiunti prima, fino al decreto di sterminio notificato alla popolazione di Gaza dai volantini lanciati, con le bombe e i missili dall’esercito israeliano: “Alla gente di Gaza – è scritto in arabo – prima di iniziare il piano obbligatorio di Trump, che imporrà il vostro sfollamento da Gaza, che vi piaccia o no, ripensateci: la mappa del mondo non cambierà se la gente di Gaza scompare. Nessuno vi noterà. Nessuno chiederà di voi. Né all’America né all’Europa importa di Gaza. Nemmeno agli Stati Arabi. Sono nostri alleati. Ci forniscono denaro, petrolio e armi. Vi mandano solo sudari. Il gioco finirà presto. Chiunque voglia salvarsi prima che sia troppo tardi, siamo qui per restare fino al giorno del giudizio”. La soppressione dell’umano che qui è rivendicata come cultura comune, è il rovesciamento assoluto del cristianesimo, fondato sull’umanità di Dio, ma è anche la bestemmia che rovescia il Patto del Sinai, e ambedue ti chiamano in causa, dalla Casa Bianca a Tel Aviv: e tu dove sei Europa?
Sembra però irreale che oggi l’Europa possa attingere al tesoro cristiano, perché vi fa ostacolo il secolarismo, penetrato in tutte le sue fibre e perché la modernità stessa, e non senza ragione, si è fondata e si identifica con esso, intendendo il secolo come il luogo in cui Dio non c’è, non importa poi se esista o meno, o se viene creduto nel privato delle istituzioni e dei cuori.
Dalla laicità così intesa non si può tornare indietro, nata com’è dalle guerre di religione tra i principi cristiani nel XVII secolo. Ma è stato proprio un cristiano, luterano olandese, Ugo Grozio, che ha fornito, sia pure come ipotesi paradossale, la formula della laicità su cui la modernità si è costruita: giustizia e diritto sono connaturati alla terra, ed è compito nostro istituirli, anche nella blasfema ipotesi che Dio non ci sia (etsi deus non daretur) e non si occupi dell’umanità. E così abbiamo fatto: senza bisogno di essere atei, abbiamo prodotto l’illuminismo e la modernità accogliendo l’ateismo che è il vero nome della secolarizzazione.
Questa ipotesi è stata abbondante di frutti, ma come ora si vede non basta a salvarci. Forse è il caso di provare l’ipotesi opposta: non c’è bisogno di essere credenti per combattere l’orrore con tutte le forze spirituali e umane mosse dalla indimostrata ipotesi che Dio ci sia e si occupi dell’umanità.
C’è però, c’era fino a ieri, un ostacolo insormontabile perché questo potesse avvenire: che il cristianesimo nel suo risvolto mondano si è intrecciato con l’Idea e con la storia d’Europa nelle forme del regime costantiniano o di “cristianità” che “da Costantino a Hitler”, secondo la formula di Erich Prziwara, ha cercato di organizzare l’Occidente come uno Stato totalitario, nel quale, per dirla con la Civiltà Cattolica, si attuava “un legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa”; ciò che supponeva la Chiesa come la realizzazione stessa del Regno di Dio sulla terra, e quindi faceva della Chiesa la vera sovrana terrena.
Ma questa forma è passata, non solo grazie alla gloriosa laicità, ma perché il cristianesimo ne è uscito e la Chiesa stessa ne ha operato il ripudio, prima reagendo con veemenza, sentendosi aggredita, poi con la grande proclamazione del Concilio Vaticano II e il suggello profetico di Papa Francesco che, proprio ricevendo il premio Carlo Magno, come al Consiglio d’Europa e alla Curia romana, ha attestato che l’impresa di Carlo Magno è finita, che “non siamo più nell’epoca di cristianità, non più”.
Non per questo egli è rimasto a mani vuote, perché in cambio ha offerto all’Europa e al mondo, un annuncio nuovo, che Dio è solo misericordia, e che se, forse, come lui crede, l’Inferno è vuoto, non possono gli uomini né minacciarlo né “aprirne le porte” sulla terra, a Gaza come ad Auschwitz.
Con la più viva partecipazione
Da Prima Loro, Raniero La Valle, Luis Orellana, Giovanni Spallanzani e:
Elena Basile, ambasciatrice, mons. Domenico Mogavero, già vescovo di Mazara del Vallo, mons. Raffaele Nogaro, già vescovo di Caserta, Angelo Gaccione, scrittore, Domenico Gallo, Alex Zanotelli, Enrico Peyretti, Edvige Cambiaghi, Franco Meloni (Aladinpensiero News), Fernando Cancedda, Giuseppe Saponaro, Eva Maio, Antonio Malorni, ricercatore del CNR, Angelo Cifatte, Maria Grazia Campari, Flavio Pajer, docente di Pedagogia delle religioni, Paolo Bertagnolli, Donatella Gregori, Giovanna Ciarlantini, Luana Neri, Federico Palmonari, fisico nucleare, don Sergio Mercanzin (“Russia ecumenica”), Giovanni De Gaetano, Luigi Alfieri, già ordinario di Filosofia politica all’Università di Urbino, Filippo Isgro, Ubaldo Radicchi, Enrico Andreoni, Giuseppe Maria Angelone, Elena Bucchione, Francesco Domenico Capizzi, chirurgo, Maria Teresa Cacciari, Carla Gentilli, docente di lettere, Agata Cancelliere, Ennio Cabiddu, Disarmisti esigenti, Carlo Volpi, Franca Maria Zapponi, Monica Migliorini, Pierpaolo Loi, Alessandra Chiappini, Paolo Brutti, Lucia Tibaldo, Stefano Fiore, Massimo Michelucci, Antonella Doria, Maria Luisa Arena, Franco Borghi, Maria Pia Pelizzoni, Luigi Ghia, Moreno Biagioni, Giovanna Bonina, Sergio Paronetto, Pax Christi Verona, Guido Rapalo, Fabrizio Valletti, gesuita, Fabio Filippi, editore, Giovanni Ambrosoni, Mario Marchiori, Enrico Milani, avvocato, Francesco Di Matteo, avvocato, Fernando Filanti, Lino Balzo, Movimento di Lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza, Maria Grazia Niutta, Davide Ciccarelli, Giuseppe Staccia, Luca Ulianich, Anna Sabatini Scalmati, Liviana Gazzetta, Francesco Zanchini, già ordinario di diritto canonico all’Università di Teramo, Giuseppe Gallelli, Nicola Striano, Marco Panti, Gino Buratti, Oliviero Arzuffi, Franco Barbieri, Ersilia Bosco, Carlo Fiocchi, Addolorata Ines Peduto, biologa, Vincenzo Politi, ingegnere, Fiorella Edvige Pasetti, Angela Mancuso, Gianluca Fioretti, Giovanni Bonomo, Norberto Julini, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, Marco Vitale, Aldo Grilli, Giacomo Meloni, segretario nazionale Confederazione Sindacale Sarda, Norma Naim, già dirigente della Regione Campania.
Quanti volessero aggiungersi ai mittenti di questa lettera lo possono fare comunicando la loro firma a notizieda@primaloro.com.
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Oggi martedì 1 aprile 2025
La Todde, al di là della questìone decadenza, deve battere un colpo
31 Marzo 2025
Andrea Pubusa su Democraziaoggi
Sono convinto che la questione decadenza per la Todde sia mal posta. L’ho detto più volte: il procedimento di rimozione del Presidente si snoda in varie fasi e con diversi atti. L’atto della Commissione di controllo elettorale è preparatorio della decisione finale che spetta al Consiglio regionale. Questo, in quanto organo di natura parlamentare, […]
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La crisi planetaria della ragione
Disimparare la guerra, Il lavoro e il Sabato, La Terra è di tutti, Umani e Inalienabili
Pace, Lavoro, ambiente, diritti.
31/03/2025
L’intervento del Presidente di Costituente Terra Luigi Ferrajoli all’assemblea pubblica della CGIL “Pace, lavoro, ambiente, diritti: l’Europa e il mondo di fronte a sfide inedite” del 29/03/2025
CT
La corsa verso l’abisso – L’umanità sta vivendo la sua fase forse più drammatica. Per la prima volta nella storia, la sua stessa sopravvivenza è minacciata da sfide e catastrofi globali: il riscaldamento climatico, il pericoli di conflitti nucleari, la crescita delle disuguaglianze e la morte ogni anno di milioni di persone per mancanza di alimentazione di base e di farmaci salva-vita, il dramma di centinaia di migliaia di migranti ciascuno dei quali fugge da una di queste catastrofi: dalle guerre, dalla fame, dalle persecuzioni, dai disastri ambientali. A nessuna di queste sfide vengono date risposte sensate. Siamo di fronte, al contrario, a una crisi della ragione, a una crisi del diritto, a una crisi della democrazia e a una crisi della politica.
Anzitutto a una crisi della ragione. Negli Stati Uniti abbiamo un presidente pregiudicato e condannato per gravi delitti, che sta distruggendo lo stato di diritto e la democrazia del suo paese; che taglia i già scarsi fondi al modestissimo welfare statunitense, attacca le università e chiama “illegali” i giornalisti e i giornali che lo criticano; che ha abbandonato l’Ucraina, progettandone la resa e pretendendo la restituzione dei finanziamenti della resistenza che proprio gli Usa avevano pesantemente sollecitato e, cosa ancor più abietta, progetta una gigantesca pulizia etnia: l’espulsione di due milioni di palestinesi dalla striscia di Gaza dopo la carneficina messa in atto da Netanyahu.
Ebbene, una risposta sensata e razionale dell’Europa a questa rottura dell’Alleanza atlantica e all’umiliazione inflitta da Trump all’intera Unione Europea, avrebbe dovuto essere un’autonoma iniziativa di pace nei confronti della Russia, all’insegna del graduale disarmo reciproco e delle reciproche garanzie di sicurezza. Si sarebbe ottenuta una pace sicuramente più vantaggiosa per l’Ucraina del progetto di spartizione che stanno trattando Trump e Putin. E invece si procede a una corsa insensata a nuovi armamenti: allo stanziamento di ben 800 miliardi voluti da Ursula von der Leyen per il riarmo, mentre Macron progetta l’invio in Ucraina di forze europee e la Germania cambia la sua costituzione per investire in armamenti centinaia di miliardi. Stiamo giocando col fuoco. Le odierne spese militari dei paesi dell’Unione sono già oggi il triplo di quelle russe, ma nessun aumento potrebbe portarle all’altezza delle 6.000 testate nucleari di Putin. Questo riarmo è dunque una follia: è caduto il tabù della guerra nucleare e si ipotizza con leggerezza uno scontro tra l’Unione Europa e la Russia che finirebbe per deflagrare nella distruzione dell’Europa.
Siamo di fronte, in secondo luogo, a una crisi del diritto: del diritto internazionale e del diritto costituzionale. I nuovi autocrati del mondo – Trump e Putin, Erdogan e Netanyahu – ignorano il diritto e i diritti e conoscono solo il diritto del più forte. Anzi, disprezzano il diritto, le costituzioni, le separazioni dei poteri come illegittimi limiti ai loro poteri che intendono come assoluti. L’aspetto più impressionante del fenomeno Trump consiste nell’ostentazione di questo disprezzo del diritto, di questa pretesa di essere investito di pieni poteri e dell’aperta disumanità dei suoi provvedimenti esecutivi, firmati tutti davanti alle telecamere.
Nel momento in cui la crescita delle disuguaglianze globali e il collasso del nostro ambiente naturale – la riduzione della biodiversità, il riscaldamento climatico, le pandemie incontrollate, la distruzione delle faglie acquifere e gli inquinamenti dell’aria, dell’acqua e del suolo – richiederebbero, per essere fronteggiati, un aumento della complessità istituzionale e del ruolo del diritto quale sistema di regole imposte ai poteri selvaggi della politica e dell’economia, si sta producendo, paradossalmente, il fenomeno esattamente opposto: la semplificazione e la personalizzazione dei sistemi politici che stanno riducendosi alla sovranità di pochi padroni del mondo.
Siamo di fronte, in terzo luogo, a un collasso delle nostre democrazie, in questi ultimi 30 anni svuotate dalla globalizzazione, sia nelle forme che nei contenuti. A causa dell’asimmetria tra il carattere globale dei poteri economici e il carattere locale dei poteri politici, si è capovolto il rapporto tra politica ed economia. Non sono più i governi che garantiscono la concorrenza tra le imprese, ma sono le grandi imprese che mettono i governi in una concorrenza al ribasso, spostando i loro investimenti dove possono meglio sfruttare il lavoro, devastare l’ambiente, corrompere i governi e non pagare le imposte. I mercati si sono così trasformati negli odierni sovrani assoluti, invisibili e impersonali, dai quali provengono le maggiori aggressioni alla civile convivenza: le guerre, promosse anche dalla pressione delle grandi società produttrici di armi; il riscaldamento climatico, provocato dallo sviluppo industriale ecologicamente insostenibile; la crescita delle disuguaglianze e delle povertà, determinata dall’imposizione della riduzione delle imposte sui ricchi e delle spese sociali a beneficio dei poveri; il dramma dei migranti e lo sfruttamento crescente del lavoro, tramite la schiavizzazione dei lavoratori nei paesi poveri e, nei nostri paesi, dei lavoratori immigrati tenuti in condizioni di irregolarità e di precarietà.
Ma non avevamo ancora toccato il fondo. Oggi stiamo assistendo a una quarta crisi, quella della politica, che si manifesta in un’ulteriore regressione del capitalismo. La subalternità della politica ai mercati generata dalla globalizzazione manteneva pur sempre la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata. Questa distinzione sta progressivamente venendo meno. Oggi i grandi multimiliardari sono insofferenti dell’esistenza stessa di una sfera pubblica, sia pure subalterna ai loro interessi, e vogliono sbarazzarsene. Sono i nuovi padroni del mondo e non si preoccupano di nasconderlo. Alla politica e alla sfera pubblica questi nuovi padroni del mondo lasciano solamente il ruolo dell’organizzazione delle elezioni e delle campagne elettorali al fine di legittimare come democratici i nuovi assetti di potere e il compito di reprimere il dissenso. E’ un’involuzione pre-moderna, che consente di parlare di un neo-feudalesimo capitalista, caratterizzato dalla concentrazione, nelle mani delle stesse persone di poteri economici e di poteri politici, di proprietà e sovranità, di sfera pubblica e sfera privata, non diversamente da quanto accadeva nelle società feudali.
Il fenomeno Musk, proprietario di 7.000 satelliti destinati a diventare 12.000 che orbitano intorno al nostro pianeta e gestiscono a livello globale le importantissime funzioni in materia di informazione e di comunicazione, è emblematico. Esso ci ha messo di fronte a un fatto terribile e minaccioso: la proprietà privata di beni fondamentali della sfera pubblica, e perciò un potere immenso, senza regole né controlli, che prefigura un mutamento di regime consistente nel dominio diretto, senza neppure la mediazione della politica, da parte di pochi miliardari. Si è infatti ignorato e violato il Trattato sulle attività nello spazio extra-atmosferico, concluso a Washington il 27 gennaio 1967 e approvato da quasi tutti i paesi membri dell’Onu, a cominciare dagli Stati Uniti e dall’Italia che l’hanno ratificato rispettivamente il 10 ottobre 1967 e il 18 gennaio1981. Il primo articolo di questo trattato stabilisce: “L’esplorazione e l’utilizzazione dello spazio extra-atmosferico, compresi la luna e gli altri corpi celesti, saranno svolte a beneficio e nell’interesse di tutti i paesi, quale che sia il grado del loro sviluppo economico o scientifico, e saranno appannaggio dell’intera umanità”. E’ una norma chiarissima, clamorosamente violata dal quasi monopolio dello spazio acquisito di fatto da Elon Musk. Gran parte dei satelliti in orbita intorno al nostro pianeta sono infatti satelliti Starlink, di sua proprietà.
È avvenuta, in breve, un’appropriazione privata dello spazio pubblico extra-atmosferico, che fa di Musk la persona non solo più ricca (473 miliardi di dollari), ma anche più potente del mondo. E’ una mutazione dello stesso capitalismo neoliberista, che fino ad oggi ha devastato la sfera pubblica e sottomesso la politica all’economia, mantenendo tuttavia la separazione formale tra le due sfere. Il fenomeno Musk segnala un’ulteriore involuzione: una regressione allo stato patrimoniale dell’età feudale, quando la politica non si era separata dall’economia quale sfera pubblica ad essa sopraordinata. Oggi siamo di fronte al diretto governo privato e al tempo stesso globale di settori fondamentali della vita civile e della vita pubblica. Sfera pubblica, separazione dei poteri e diritti fondamentali sono concetti ad esso estranei e con esso incompatibili.
È chiaro che queste sfide globali, se non vogliamo che democrazia e diritti perdano di senso, richiedono risposte globali. Siamo soliti dire che abbiamo la costituzione più bella del mondo. Ma questa costituzione, come tutte le altre costituzioni nazionali, valgono all’interno dei nostri Stati, ma sono del tutto impotenti di fronte ai problemi globali. Abbiamo anche un’embrionale costituzione del mondo, formata dalla carta dell’Onu e dalle tante carte internazionali dei diritti umani. Ma queste carte sono fallite, dato che promettono pace e diritti umani senza introdurre le relative garanzie, cioè i divieti e gli obblighi corrispondenti ai principi proclamati. Si riducono, quindi, a enunciazioni di principio, formule retoriche, screditate purtroppo dalle loro sistematiche violazioni.
Per tutto questo, la nostra associazione Costituente Terra propone una risposta alle crisi e ai drammatici problemi globali che può apparire utopistica, e che invece è l’unica risposta realistica: prendere sul serio i principi del diritto internazionale vigente – la pace, l’uguaglianza e i diritti fondamentali stabiliti nella carta dell’Onu e in tante carte dei diritti umani – e mobilitare l’opinione pubblica mondiale a sostegno di una Costituzione della Terra che introduca le garanzie e le istituzioni di garanzia in grado di renderli effettivi. La prima garanzia è quella della pace, e consiste nella proibizione e nella punizione come crimini gravissimi della produzione e del commercio delle armi – non solo delle armi nucleari ma di tutte le armi da fuoco – e perciò la messa fuori legge delle attuali imprese produttrici di armi, corresponsabili moralmente di ogni guerra e di ogni assassinio. Senza le armi le guerre sarebbero impossibili e il numero degli omicidi – oggi quasi mezzo milione – crollerebbe. A garanzia dell’ambiente dovrebbero essere istituito un demanio planetario, in grado di sottrarre al mercato e alla dissipazione beni vitali della natura come l’acqua potabile, le grandi foreste e i grandi ghiacciai. Dovrebbero infine essere istituiti, a garanzia dei diritti alla salute, all’istruzione e alla sussistenza, servizi sanitari, scolastici e assistenziali globali, finanziati da un fisco globale progressivo sulle attuali ricchezze multi-miliardarie. Non si tratta di un’utopia. La creazione, in un mondo sempre più integrato e interdipendente, di una Federazione mondiale basata su una tale Costituzione della Terra è la sola alternativa razionale e realistica a catastrofi globali il cui esito ultimo potrebbe consistere nell’estinzione delle condizioni di vita sul nostro pianeta e nella scomparsa del genere umano.
Frattanto Costituente Terra ha deciso di promuovere una class action di carattere per così dire universale e planetario contro Musk per indebito arricchimento. Le class actions sono azioni collettive che possono essere promosse da tutte le persone accomunate dalla lesione dei medesimi diritti. In questo caso l’insieme di persone titolari dei diritti lesi è l’intera umanità. Ebbene, esiste già, grazie al trattato del 1967 sugli spazi extra-atmosferici, qualificati come “appannaggio dell’intera umanità” la cui utilizzazione va fatta a beneficio di tutti i paesi del mondo, un frammento del demanio planetario previsto dal nostro progetto di una costituzione della Terra. Di qui la possibilità di un’azione giudiziaria diretta non solo ad accertare l’indebito arricchimento ottenuto da Musk dall’utilizzazione di un bene comune dell’intera umanità, ma anche a sollevare il problema politico dell’indebita privatizzazione di un pezzo enormemente importante della sfera pubblica.
Ma è soprattutto la mobilitazione massiccia dell’opinione pubblica la migliore difesa contro le crisi in atto della ragione, del diritto e della democrazia. Per questo sono estremamente importanti i cinque referendum abrogativi organizzati dalla CGIL per l’8 e il 9 giugno di quest’anno: perché essi prefigurano una risposta di massa a questo fascio-liberismo globale, in grado di ristabilire i diritti da esso negati. Sono referendum importanti non soltanto per i loro contenuti: contro la libertà di licenziamento, contro la precarietà del lavoro, a tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e a favore della riduzione da 10 a 5 anni del periodo di residenza legale necessario per ottenere la cittadinanza italiana. Sono importanti anche per mostrare l’esistenza di un’altra Italia: di un’Italia civile contro l’Italia incivile della Meloni; di un’Italia antifascista contro l’Italia neo-fascista espressa dall’attuale governo; di un’Italia del lavoro e della solidarietà contro l’Italia dei padroni e degli evasori fiscali; di un’Italia costituzionale, impegnata nella difesa dei diritti fondamentali costituzionalmente stabiliti, che sono tutti altrettante leggi dei più deboli contro la legge del più forte che si afferma quando essi vengono violati o vengono meno le loro garanzie.
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E’ online
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Oggi lunedì 31 marzo 2025
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L’antisemitismo di Israele verso i Palestinesi
30 Marzo 2025
Lucio Garofalo su Democraziaoggi
Chiunque abbia difeso finora il governo di Israele, si arrampica sugli specchi in modo goffo e maldestro per avallare le assurde “ragioni” di uno Stato rivelatosi terrorista e criminale. Ma è impensabile, oltre che immorale, avallare una linea strategica priva di qualunque fondamento razionale, per cui rischia di ritorcersi […]
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Europa, Europa
Dalle piazze alla politica, l’urgenza di un’Europa protagonista per la pace
Alfiero Grandi, 29 Marzo 2025
La manifestazione di Piazza del Popolo era molto partecipata. Se sommiamo le manifestazioni contemporanee a Roma – certo con impostazioni diverse – è confermato che esiste una richiesta di partecipazione democratica in controtendenza con il crescente astensionismo elettorale, che invece indebolisce la democrazia. Per questo, quelle domande devono trovare risposte e, attraverso queste, arrivare a una sintesi. In sostanza, è una sfida da raccogliere, a cui dare continuità.
Poiché la preoccupazione principale è certamente la guerra, anzi le 52 guerre presenti nel mondo, a partire dall’Ucraina e da Gaza/Cisgiordania, le manifestazioni che occorre promuovere al più presto devono concentrarsi sul ruolo che l’Europa (tutta) deve svolgere per dare sostanza a un futuro democratico e di pace.
Dopo 3 anni di guerra in Ucraina, gli USA di Trump hanno deciso che il conflitto deve finire, e la scelta avviene con metodi e brutalità sconosciute. La brutalità della svolta di Trump ha certamente stupito, ma non si può dimenticare che Biden nel 2021 decise il ritiro dall’Afghanistan (stabilito da Trump nel primo mandato) con altrettanta repentinità e con conseguenze umane drammatiche, in particolare per la condizione delle donne. I dirigenti USA, quando decidono di uscire da una guerra che non riguarda il suolo americano, lo fanno e basta.
Certamente, Putin ha la responsabilità dell’attacco del 2022 all’Ucraina e di aver innescato in questo modo uno scontro armato in Europa, contribuendo a creare un clima di insicurezza e dando avvio alla psicosi che ora spinge al riarmo. In questo clima, Polonia, Lituania ed Estonia decidono di uscire dall’accordo internazionale che vieta le mine antiuomo, confermando ancora di più l’urgenza di interrompere la rincorsa al riarmo e la logica bellicista che sta prevalendo nelle relazioni internazionali.
La coesistenza tra soggetti diversi è l’unico antidoto di fondo al riarmo convenzionale e nucleare, che è ormai un pericolo reale. Solo nel 2021, l’attenzione internazionale era ancora concentrata sull’obiettivo di contrastare il cambiamento climatico. Ora il clima peggiora drammaticamente, ma l’attenzione rimane in secondo piano, mentre è diventato dominante il riarmo. Le armi sono prodotte per essere usate, e la guerra in Ucraina è un enorme, orribile poligono di tiro e sperimentazione; Gaza è ugualmente sottoposta a prove che rappresentano sperimentazioni di nuove tecniche di sterminio di massa.
Va ricordato anche che la NATO, allargata a 32 paesi, ha “abbaiato” ai confini della Russia fino a indurre ansia per la sua sicurezza. Anche scrivere nella Costituzione ucraina l’adesione alla NATO ha contribuito alla paranoia. Se era una trappola, Putin ci è saltato dentro a piè pari.
Gli USA sono il principale sostegno militare a Kiev, come dimostrano le conseguenze delle recenti interruzioni di aiuti, a partire dai satelliti Starlink di Musk o il ritardo nella consegna di armi sofisticate. Senza il sostegno USA, Kiev non avrebbe retto e non reggerebbe.
La NATO e l’Europa hanno sostenuto per 3 anni le scelte degli USA di Biden. L’Europa non si è distinta per aver tentato di intrecciare il sostegno all’Ucraina con iniziative per la pace: è stata subalterna, e ora appare spiazzata da Trump, che ha preso nelle sue mani le trattative ed ha escluso l’Europa. L’Europa non riesce a essere protagonista della pace in Ucraina, e il suo silenzio su Gaza e Cisgiordania è assordante, mentre sotto i nostri occhi avvengono stragi inaccettabili di civili e bambini. Anzi, i governi europei e la Commissione propongono il riarmo europeo, con investimenti fino a 800 miliardi di euro, 50 in più rispetto al Next Generation EU, cambiando solo a questo fine i rigidi vincoli di bilancio europei. Non va dimenticato che i prestiti vanno prima o poi restituiti, e per l’Italia questa spesa militare significherebbe più risorse destinate agli armamenti e quindi meno welfare e lavoro.
Ogni governo europeo deciderà sui propri armamenti, ma non si tratterà di una difesa comune europea: è solo un acquisto di armi nello stesso periodo. Gli Stati europei spendono già in armi il 58% in più rispetto alla Russia, senza aver costruito una difesa europea. Che senso ha un ulteriore riarmo senza risolvere il problema di una difesa comune?
L’Europa ha bisogno di una difesa europea con vertici politici, militari e armamenti integrati. Il riarmo alla cieca è una scelta pericolosa, tanto più nel momento in cui gli USA provano, in modo discutibile, a fermare la guerra. Inoltre, chi decide sulla difesa europea? In Italia è scritto nella Costituzione; in Europa?
Questo aumento della spesa militare assomiglia più di quanto non si voglia ammettere all’aumento delle spese militari imposto da Trump – con prepotenza – all’Europa, e per di più le armi verrebbero acquistate per il 60% dagli USA. L’Europa sembra prigioniera della linea dell’era Biden: sanzioni alla Russia e armi all’Ucraina, ma non lancia una sua sfida per la pace, per fare più e meglio di Trump. Non lo ha fatto con Biden; oggi rischia di apparire a favore della guerra proprio mentre si discute di pace. È una situazione paradossale.
L’Europa dovrebbe puntare anzitutto sul rilancio del ruolo delle sedi internazionali come l’ONU. Meloni, ad esempio, non può pensare di inviare soldati italiani per il peacekeeping senza una decisione e un mandato dell’ONU. Il Regno Unito, partner privilegiato degli USA ed esente dai nuovi dazi, anziché sfidare Trump sulla pace, sembra restio, come altri governi dell’Unione, a scegliere la fine della guerra. Così, l’Unione Europea non svolge il suo ruolo di pace, che è un fondamento costitutivo: è nata per la pace. Va ricordato ai volenterosi che, pur essendo membri della NATO, non potranno invocare l’articolo 5 del trattato NATO se decidono di andare in Ucraina senza un chiaro mandato ONU; la loro decisione non coinvolgerebbe altri che loro stessi.
Qual è l’obiettivo dell’Unione Europea? Va chiarito. Cosa c’entrano Canada, Nuova Zelanda, Australia e Turchia? Paesi presenti alle riunioni di Ramstein, ma non nell’Unione.
Se la guerra finirà, la Russia avrà bisogno di molto tempo per riprendersi. Per questo, sarebbe il momento di rilanciare la coesistenza tra diversi – che potrebbe favorire perfino il superamento delle autocrazie –, il disarmo convenzionale e atomico, controllato e bilanciato, e la costruzione di una nuova ONU, utilizzando le conferenze di pace sul modello di Helsinki 1975.
L’Europa potrebbe fare molto, a condizione di essere autonoma e di scegliere la pace. Berlinguer disse: *Se vuoi la pace, prepara la pace*, contro la massima imperialista romana *Se vuoi la pace, prepara la guerra*, che qualcuno vorrebbe ora ripescare, purtroppo anche von der Leyen.
C’è urgenza di una svolta politica in Europa, sia per avanzare proposte autonome per la pace in Ucraina e rivendicare un ruolo nelle trattative, sia per fermare il massacro a Gaza e in Cisgiordania, dove l’obiettivo sembra essere la cacciata con ogni mezzo dei palestinesi dalla loro terra, entrando così in sintonia anche con quella parte di Israele che contrasta con coraggio e determinazione le politiche di Netanyahu.
Unifichiamo presto le manifestazioni con l’obiettivo della pace, come risposta alle ansie e alle domande emerse il 15 marzo.
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Oggi domenica 30 marzo 2025
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Liquidare, senza discuterle, le proposte russe?
30 Marzo 2025
Andrea Pubusa su Democraziaoggi
La Russia ha avanzato nei giorni scorsi due proposte sull’Ucraina. Con la prima si richiede una fase di transizione a guida ONU per svolgere elezioni in Ucraina onde eleggere un presidente ed un parlamento rappresentativi, coi quali trattare la pace. Con la seconda si chiede di eliminare o almeno ridurre le sanzioni al fine […]
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Su Kalaritanamedia: https://www.kalaritanamedia.it/cattolici-e-politica-il-coraggio-di-uscire-dalla-zona-grigia/
- Anche su L’Osservatore Romano: https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-03/quo-072/il-lavoro-dello-spirito-e-il-ruolo-dei-cristiani-nella-societa-c.html
————————————————-Arte&Religiosita’————-
“Pace, lavoro, ambiente, diritti: l’Europa e il mondo di fronte a sfide inedite”
Adesione di Costituente Terra all’assemblea pubblica della CGIL del prossimo 29 Marzo “Pace, lavoro, ambiente, diritti: l’Europa e il mondo di fronte a sfide inedite”
Costituente Terra aderisce con convinzione all’assemblea pubblica della CGIL del 29 marzo, condividendone gli obiettivi su pace, lavoro, ambiente e diritti.